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Quando il cattolico diventa una bandiera e dimentica lo stile

Il caso Adinolfi, al netto della presunzione d’innocenza, riapre una questione più profonda: la fede cristiana non si misura dal volume della voce, ma dalla coerenza, dalla sobrietà e dalla misericordia con cui si sta nel mondo

Prima di ogni altra considerazione, va detto con chiarezza che per Mario Adinolfi vale la presunzione d’innocenza, vale per lui come vale per chiunque. Non sono i social, non sono i commentatori, non sono le piazze digitali a stabilire colpe e responsabilità. Le cronache giudiziarie parlano di arresti domiciliari e di accuse legate a truffa ed evasione fiscale nell’inchiesta sulla cosiddetta “Scommessa Collettiva”, ma sarà la magistratura a verificare fatti, prove e responsabilità.

Il punto, allora, non è anticipare una sentenza. Il punto è un altro, è capire che cosa accade quando una figura pubblica costruisce per anni la propria presenza politica e mediatica su una proclamata identità cattolica, trasformando la fede in bandiera, in appartenenza, in linea di demarcazione tra puri e impuri, tra veri e falsi, tra giusti e sbagliati.

Adinolfi è stato, ed è, un personaggio divisivo. Giornalista, politico, fondatore del Popolo della Famiglia, volto televisivo, polemista instancabile. Ha scelto spesso la strada dell’urto, della provocazione, della parola tagliente, ha difeso battaglie che molti cattolici considerano centrali, dalla vita alla famiglia, ma lo ha fatto con uno stile che non sempre è apparso evangelico. Perché una cosa è sostenere principi, un’altra è farne un manganello retorico con cui colpire chi vive, ama, pensa o soffre in modo diverso.

Qui si apre la questione vera. Il cattolicesimo non può essere ridotto a un’identità da esibire nei talk show, né a una militanza urlata sui social. Il cristianesimo è prima di tutto uno stile. È misura, è responsabilità, è capacità di parlare senza umiliare, è fermezza senza ferocia, è difesa della verità senza compiacimento della rissa, è anche consapevolezza delle proprie fragilità, perché nessuno può annunciare il Vangelo come se fosse il proprietario della verità e non un mendicante della misericordia.

La famiglia, per esempio, non è uno slogan, non è un marchio elettorale, non è una clava da usare contro le storie ferite degli altri. La famiglia è pazienza, cura, perdono, fatica quotidiana, fedeltà nelle piccole cose, responsabilità verso chi ci è affidato. Proprio perché è una realtà grande, non sopporta di essere ridotta a manifesto. Quando la famiglia viene brandita più che vissuta, proclamata più che custodita, esibita più che servita, rischia di diventare una caricatura di sé stessa.

Questo vale per Adinolfi, ma vale molto oltre Adinolfi. Vale per tutti quei cattolici pubblici che parlano continuamente di valori non negoziabili, ma poi sembrano dimenticare i valori elementari dello stile cristiano, cioè la mitezza, la sobrietà, l’attenzione agli ultimi, la compassione verso chi sbaglia, il rifiuto dell’arroganza. Si può avere ragione su un principio e torto nel modo in cui lo si difende e nel cristianesimo il modo non è secondario, il modo è già contenuto.

C’è un cattolicesimo a corrente alternata che si accende con grande energia quando deve denunciare i peccati degli altri e si spegne quando deve interrogare sé stesso. È un cattolicesimo severissimo con le fragilità altrui e indulgente con le proprie. Pronto a invocare la dottrina quando serve a delimitare un nemico, meno pronto a ricordare il Vangelo quando chiede conversione personale, povertà di spirito, rinuncia alla vanità, cura dei poveri, accoglienza dello straniero, rispetto della dignità di ogni persona.

Il problema non è cadere. Cadono tutti. Il problema è salire sul pulpito dimenticando che il pulpito più difficile resta la propria vita. Il problema non è avere contraddizioni, ogni essere umano ne ha. Il problema è trasformare le contraddizioni degli altri in colpe imperdonabili e le proprie in dettagli marginali. La fede cristiana non chiede uomini impeccabili, ma uomini capaci di verità. Non chiede facce da manifesto, ma coscienze in cammino.

Per questo il caso Adinolfi, comunque finirà sul piano giudiziario, può diventare una lezione utile. Non per gioire delle difficoltà di qualcuno, atteggiamento sempre meschino e mai cristiano. Non per alimentare la gogna, che è una forma moderna di barbarie. Ma per domandarci che cosa significhi oggi dirsi cattolici nello spazio pubblico.

Significa forse urlare più forte degli altri? Significa occupare ogni trasmissione, ogni polemica, ogni battaglia identitaria? Significa ridurre la fede a un distintivo politico? Oppure significa abitare la città con uno stile diverso, più esigente e più umano, capace di tenere insieme verità e misericordia, principi e ascolto, fermezza e rispetto?

Il cristiano non dovrebbe avere bisogno di apparire sempre vincente. Il Vangelo non è la religione dei forti che schiacciano i deboli, è la buona notizia per chi è povero, ferito, perduto, escluso, affamato di giustizia, è la parola che mette in crisi prima chi la pronuncia e solo dopo chi la ascolta. Quando invece diventa appartenenza muscolare, identità aggressiva, bandiera da curva, perde la sua forza più profonda.

Forse da questa vicenda dovremmo uscire con meno sarcasmo e più serietà. Meno desiderio di vedere cadere qualcuno e più volontà di rivedere il modo in cui la fede viene portata nella vita pubblica. Perché il cristianesimo non ha bisogno di sirene, ma di testimoni, non ha bisogno di uomini che parlano sempre di famiglia, ma di uomini e donne che la famiglia la servono, la curano, la proteggono anche nel silenzio. Non ha bisogno di cattolici che usano il Vangelo come una bandiera da agitare contro il mondo, ma di credenti, coscienti di essere peccatori, che lo lasciano diventare misura della propria vita.

Il punto, alla fine, è tutto qui, la fede non si grida. Si incarna e quando non si incarna, anche le parole più giuste finiscono per suonare vuote.

 

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