Democrazie fragili in un mondo spartito: tra silenzi colpevoli e nuovi equilibri di potere
Mentre prende forma una nuova dottrina geopolitica fondata sulla spartizione del mondo tra potenze illiberali, l’Europa democratica tace sui crimini dei regimi alleati della Russia. Una resa morale che può costare tutto.
Le democrazie liberali non sono solo fragili. Oggi appaiono disorientate, afone, incapaci di nominare il male anche quando si manifesta in modo evidente. Mentre l’ordine mondiale muta profondamente, l’Europa e l’Occidente sembrano accettare in silenzio una nuova Yalta non dichiarata, una nuova spartizione del mondo, un mondo diviso per sfere d’influenza tra Washington e Mosca, tra potenze economiche e potenze militari, tra chi controlla i flussi e chi controlla i confini.
Nel nuovo equilibrio, la Russia cerca di rilegittimarsi come potenza guida per una parte del pianeta. Non solo recuperando influenza nei Paesi dell’ex URSS, ma estendendo la sua rete strategica a Sud e a Ovest, verso il Mediterraneo, l’Africa e il Medio Oriente. Grecia, Italia, Spagna e Portogallo appaiono come anelli deboli di una catena europea senza coesione.
L’America – specialmente nella sua versione post-trumpiana – si ritrae, consolidando un’alleanza con i Paesi del Nord Europa, già affini per produttività, visione strategica, distanza dal caos del Sud globale.
Ma questa nuova dottrina non si limita alla geopolitica. Si fonda anche su un ridisegno etico e simbolico: mentre le potenze illiberali rilanciano la loro narrazione dei “valori tradizionali”, l’Occidente arretra, spesso in silenzio. Non solo sulla scena dei diritti, ma anche davanti alla violenza.
È così che, nel nuovo ordine globale, la rinuncia dell’Europa a criticare apertamente le azioni criminali degli alleati della Russia – come Iran, Hamas o il regime siriano – diventa un elemento chiave del disarmo morale. L’invasione russa dell’Ucraina è stata giustamente condannata. Ma dove sono state le voci forti contro i massacri di civili in Siria, contro gli attacchi terroristici di Hamas, contro la repressione brutale in Iran? Dove il coraggio di denunciare la connessione strategica tra regimi che fanno della violenza uno strumento politico e culturale?
Mentre il patriarca Kirill parla della guerra in Ucraina come di una "lotta metafisica contro il male del mondo moderno", e Putin denuncia “i falsi valori dell’Occidente”, l’Occidente risponde con un misto di realpolitik e afasia. Non osa più difendere i propri ideali. E chi tace, acconsente.
Negli Stati Uniti, intanto, la nuova destra illiberale ha già costruito un’alternativa ideologica: culto della forza, rifiuto dello Stato, razzismo, cospirazionismo, anti-intellettualismo. J.D. Vance, attuale vicepresidente USA, nel 2021 dichiarava apertamente: “Le università sono il nemico”. Un messaggio che trova eco in tutti i movimenti reazionari europei.
La democrazia non può essere solo una struttura istituzionale: deve essere un’idea, un linguaggio, una presenza. E invece tace. Tace davanti alla violenza, tace davanti alla propaganda, tace perfino davanti alle proprie contraddizioni.
A rendere ancora più inquietante questo quadro, è la rinuncia morale dell’Occidente a difendere i propri valori universali. Mentre Putin accusa l’Europa di immoralità e il patriarca Kirill descrive il conflitto come una “lotta metafisica” contro le libertà moderne, l’Unione Europea tace. Tace si crimini dei regimi della galassia degli “alleati” di Mosca (Iran, Hamas, Hezbollah, ecc.).
Questa acquiescenza geopolitica è anche un cedimento etico e culturale.
Negli Stati Uniti, intanto, si afferma una nuova dottrina illiberale: disprezzo per lo Stato, razzismo, cospirazionismo, fondamentalismo identitario. J.D. Vance, oggi vicepresidente USA, nel 2021 dichiarava: “Le università sono il nemico”. Non è una provocazione isolata: è l’espressione di una filosofia politica alternativa alla democrazia liberale.
In Europa, invece, si continua a rimuovere il tema del potere. Il Parlamento europeo resta debole, le politiche estere divergenti, la difesa comune un’illusione. Eppure, non mancano le occasioni perdute: la crisi pandemica, con il Next Generation EU, aveva mostrato un barlume di solidarietà federale. Ma non è bastato.
Perché manca una volontà condivisa. Manca un “popolo europeo”. Manca il coraggio di trasformare l’Unione in una vera comunità politica, con una Costituzione, un governo, una voce. E soprattutto manca la consapevolezza che, senza un’Europa unita, le democrazie del continente sono destinate al tramonto.
Altiero Spinelli scriveva nel Manifesto di Ventotene: “L’unità europea è la sola via d’uscita dal disordine del passato”. Oggi quella frase suona come un appello estremo. Perché le democrazie non muoiono per omicidio, ma per suicidio. E ogni giorno che passa senza decisioni, è un passo verso l’autodistruzione.
La storia non perdona chi abdica alla propria missione. E come ammoniva Kant: “Chi si fa verme non può lamentarsi se poi viene calpestato”.
Le democrazie non si spengono in un colpo. Si disgregano lentamente, ogni volta che tacciono davanti al male.
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