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Dopo il referendum, un Paese diviso (e una Chiesa che fatica a parlare con una sola voce)

Dodici milioni di sì non sono un dettaglio: raccontano un’Italia che chiede riforme mentre il No vince ma non unisce

Il giorno dopo un referendum non è mai un giorno neutro. È il momento in cui i numeri smettono di essere percentuali e tornano ad essere persone, storie, visioni del Paese. E allora quel dato – dodici milioni di italiani che hanno votato Sì – pesa. Pesa politicamente, pesa culturalmente, pesa perfino simbolicamente.

Non sono un corpo estraneo. Non sono una minoranza marginale. Sono, in fondo, gli stessi dodici milioni – o molto simili – che negli anni scorsi che giustamente Landini considerava importanti nel referendum sul Jobs Act.

La vittoria del No va rispettata, senza ambiguità. Ma guai a leggerla come un punto di sintesi nazionale. Perché non lo è. Il risultato consegna un’Italia spaccata a metà, dove due visioni della giustizia – e più in generale dello Stato – continuano a convivere senza davvero parlarsi.

Da una parte c’è chi teme che ogni riforma possa indebolire le garanzie, aprire spazi di discrezionalità, scardinare equilibri delicati. Dall’altra c’è chi vede nello status quo una delle cause principali della lentezza, dell’inefficienza e della distanza tra cittadini e istituzioni. Due approcci legittimi, ma sempre più incapaci di trovare un terreno comune.

In questo scenario, colpisce anche la difficoltà della Chiesa italiana di mantenere una posizione realmente unitaria. Il ruolo della Conferenza Episcopale Italiana è apparso, in questa vicenda, più esposto del solito. Le parole del suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, sono sembrate a molti un intervento diretto nel merito del voto, quasi a voler riproporre uno schema che si pensava superato: quello di un episcopato che indica ai laici la direzione politica.

E tuttavia, a questa esposizione è seguita – quasi in contrappunto – l’invocazione al dialogo, alla ricomposizione, all’ascolto reciproco. Una tensione evidente, che riflette una realtà più profonda: anche il mondo cattolico è attraversato da divisioni.

Una parte significativa dell’associazionismo laicale si è schierata per il No. Realtà come la Comunità di Sant'Egidio, le ACLI, il MEIC, insieme a figure impegnate direttamente nei comitati referendari, hanno interpretato il voto come una difesa dell’equilibrio esistente.

Ma sarebbe un errore pensare che il laicato cattolico sia compatto su questa linea. Esiste – ed è tutt’altro che marginale – un’area che si riconosce in una cultura riformista, convinta che cambiare la giustizia non significhi demolirla, ma renderla più giusta, più efficiente, più vicina ai cittadini. Un pezzo di Paese che non si ritrova nella conservazione dello status quo e che, proprio per questo, ha scelto il Sì. Secondo stime Doxa/Ipsos il Sì è prevalente sia tra i cattolici praticanti assidui (52,8%) che tra quelli saltuari (54,6%) così come tra i cattolici non praticanti (50,9%). Tutti i cattolici rappresentano il 61,2% dell’elettorato contro il 33,4% di non credenti (tra i quali il No domina al 68,4%) e il 5,4% di fedeli di altre religioni (anche qui avanti il No col 52,1%).

Un dato che va in controtendenza con la mobilitazione che in diverse diocesi e molte parrocchie c’è stata per il No e nonostante la "presa" di Sant'Egidio sulla Conferenza Episcopale Italiana.

È qui che emerge il nodo politico più rilevante del dopo referendum. Perché la vittoria del No rischia di produrre un effetto paradossale: chiudere, anziché aprire, la stagione delle riforme. Come se il risultato potesse essere letto non come una richiesta di maggiore cautela, ma come un mandato implicito a non intervenire.

E invece i problemi restano tutti sul tavolo. I tempi della giustizia, la qualità delle decisioni, il rapporto tra magistratura e politica, la fiducia dei cittadini. Nulla è risolto. Nulla è archiviato.

Senza uno spirito di unità – che oggi appare lontano – il rischio è che il voto diventi un alibi. Un punto di arrivo anziché di partenza. Una linea di confine dietro cui ciascuno si trincera, invece di un’occasione per costruire soluzioni condivise.

Dodici milioni di Sì dicono che una domanda di cambiamento esiste, ed è forte. La vittoria del No dice che quella domanda non è maggioritaria. Ma tra queste due verità si gioca il futuro del Paese.

Ignorarne una, o assolutizzare l’altra, sarebbe l’errore più grande, anche se la radicalizzazione dello scontro politico a cui si è assistito, non fa ben sperare.

 

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