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Economia e felicità


"Si rileva che, accanto alla povertà più tradizionale e visibile, in particolare quella del senza dimora, emerge una classe di nuovi poveri che pagano un affitto, che lavorano o hanno lavorato e che però non hanno di che vivere". Sono le drammatiche parole scritte nel "Rapporto sul disagio e povertà della Caritas di Roma".

Drammatiche ma purtroppo da tempo prevedibili in una società nella quale la forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre di più e nella quale la lettura della realtà di Adam Smith, passato a miglior vita nel lontano 1790, è più che mai vera ed attuale: "Ovunque c'è grande proprietà, c'è grande diseguaglianza. Per ogni molto ricco, ci devono essere almeno cento poveri... La disposizione di ammirare, e quasi a venerare, il ricco e il potente, e a disprezzare o almeno a trascurare persone di condizione bassa e mediocre, è la grande e la più universale causa della corruzione dei nostri sentimenti morali".

Si calcola che l'1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza mondiale e che le 20 persone più ricche della terra posseggono risorse uguali a quelle possedute dal miliardo di persone più povere.

Progressivamente ma inesorabilmente le persone un tempo appartenenti alle "classi medie" declinano trasformandosi in precari strutturali. Tutto ciò mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e i molto poveri diventano sempre più poveri.

L'economia era ed è ancora dominata dalla teoria del "gocciolatoio": se i ricchi diventano più ricchi, dalla mensa dei sultani benefattori, qualcosa arriverà ai sudditi. 

Ha ragione Stiglitz quando afferma che nei due o tre decenni che hanno preceduto la grande crisi economica del 2007, e la conseguente depressione, le disuguaglianze erano giustificate dal fatto che chi era in cima alla scala sociale ed economica dava un contributo all'economia, in quanto "creatore di posti di lavoro". Poi però arrivò il momento della bolla immobiliare americana e tutti scoprimmo che questi speculatori senza etica portarono sull'orlo del precipizio l'economia, trafugando centinaia di miliardi di dollari. Questo, sottolinea Stiglitz, non poté più definirsi come un aiuto all'economia, visto che contribuì all'allungamento delle file dei lavoratori in esubero, cioè dei senza lavoro. 

Il dramma nel dramma è che sempre di più vengono colpiti i più deboli, i giovani e gli anziani, gli uni sempre più tartassati dalla disoccupazione e dalla precarietà, anche frutto di formazione spesso avulsa dalle necessità dei nuovi lavori, gli altri, gli anziani, dalla precarietà economica fotografata dalla Caritas, accentuata da un sistema pensionistico che rischia di contribuire all'aumento delle file dei giovani disoccupati e dei cinquantenni e sessantenni, privi di pensione.

Tutto ciò accresce le tensioni interne alla società, la violenza aumenta esponenzialmente, gli insulti e le offese sono le modalità con le quali si combatte l'avversario politico o l'internauta nemico sui social, fino alle testate che rompono il naso ad un giornalista, le spranghe di nefasta memoria o la tolleranza nei confronti di neo-fascismi, in nome di un buonismo politico che nasconde e banalizza gli atti violenti e i totalitarismi vecchi e nuovi. .

Il Papa è giustamente preoccupatissimo per le testate nucleari che due pazzi sembrano voler usare come se fossero ad un tavolo di Risiko in famiglia.

Non è possibile tornare indietro di duecento anni credendo che la guerra sia la continuazione della politica (Carl von Clausewitz).

Forse è il tempo delle utopie che abbandonino il mito del Pil: la Cina che vanta il PIL più alto del mondo ha un miliardo di poveri e nonostante il PIL è tornato a crescere le disuguaglianze crescono anch'esse, svelando così che la "teoria del gocciolatoio" citata, è ormai chiaramente falsa.

Forse è il tempo di ammettere che il PIL non rende felici e che ormai è necessario il BES (Indice di Benessere Economico Sostenibile) che valuta il progresso di una società non solo dallo sviluppo dal punto di vista economico, ma anche sociale ed economico. 

Forse avremmo così un misuratore che ci farebbe comprendere che è possibile vivere in una comunità amichevole e cooperativa di uomini, capace di svilupparsi senza distruggere i propri simili, ma dando a tutti dignità, senza esimersi dalla capacità di tutelare l'ambiente nel quale si vive e si progredisce.


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