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Il conto salato dell’illegalità

Quando l’istinto predatorio verso il territorio diventa disastro pubblico


I disastri ambientali che periodicamente colpiscono il nostro Paese non sono calamità improvvise né fatalità imprevedibili. Sono, sempre più spesso, il risultato diretto di un istinto predatorio esercitato sul territorio, di una lunga catena di irresponsabilità, malaffare e illegalità. Eventi come la frana di Niscemi o la progressiva distruzione della costa orientale siciliana non raccontano solo la fragilità naturale dei luoghi, ma soprattutto la fragilità etica e politica di chi li ha governati e abitati.


Il territorio non viene aggredito in un giorno. Viene consumato lentamente, metro dopo metro, con deroghe “temporanee” che diventano definitive, con piani regolatori piegati agli interessi privati, con controlli inesistenti o deliberatamente allentati. Costruire dove non si poteva, cementificare senza criterio, violare vincoli paesaggistici e ambientali, occupare il demanio come se fosse proprietà privata: tutto questo è avvenuto sotto gli occhi di tutti. Spesso con il silenzio complice delle istituzioni, altre volte con la spinta diretta di amministrazioni locali, professionisti senza scrupoli, imprenditori disposti a tutto e cittadini pronti a voltarsi dall’altra parte pur di ottenere un vantaggio immediato.

In questo senso, il dissesto idrogeologico non è solo un problema tecnico o ambientale. È un problema politico e culturale. È il frutto di una visione del territorio come merce, come risorsa da sfruttare fino all’ultimo centimetro, anziché come bene comune da custodire. Una visione che ha prodotto ricchezza per pochi e vulnerabilità per molti, trasformando intere aree in fragili equilibri pronti a crollare al primo evento critico.


La beffa arriva dopo. Quando il territorio cede, quando la montagna frana o il mare si riprende ciò che gli è stato sottratto, gli stessi che hanno contribuito allo scempio mostrano una sorprendente faccia di bronzo. Chiedono l’intervento dello Stato, invocano emergenze, pretendono finanziamenti pubblici. In altre parole, chiedono che a pagare siano tutti: anche – e soprattutto – quei cittadini onesti che le regole le hanno rispettate, rinunciando magari a costruire, a speculare, a “fare come fanno gli altri”.

È qui che si consuma una frattura profonda nel patto sociale. Perché la solidarietà, valore essenziale di una comunità civile, viene piegata a copertura dell’irresponsabilità. Se l’illegalità viene sistematicamente sanata ex post con soldi pubblici, il messaggio è devastante: conviene violare le regole, tanto poi paga la collettività. Un messaggio che incentiva nuovi abusi, nuove costruzioni illegittime, nuove scommesse sulla clemenza dello Stato.


Dentro questo quadro si colloca anche una responsabilità politica che non può essere elusa. La difesa del territorio, la lotta contro l’abusivismo edilizio, il rispetto rigoroso delle regole urbanistiche e ambientali sono stati a lungo patrimonio identitario della sinistra italiana. Erano battaglie che parlavano di giustizia sociale, di uguaglianza davanti alla legge, di tutela dei beni comuni contro l’arbitrio e la rendita.

Oggi quella tradizione appare in larga parte smarrita. Nel tentativo di inseguire il consenso facile e l’onda emotiva del populismo – spesso rincorrendo le parole d’ordine del Movimento 5 Stelle – una parte significativa della sinistra ha progressivamente sostituito la cultura della responsabilità con lo statalismo dei sussidi. Non più prevenzione e legalità, ma interventi pubblici a valle; non più regole chiare e uguali per tutti, ma sanatorie di fatto mascherate da emergenze.


Così risorse pubbliche sempre più scarse vengono dirottate non verso infrastrutture necessarie, manutenzione del territorio, messa in sicurezza preventiva, ma verso ristori, indennizzi e interventi straordinari chiamati a coprire disastri provocati dall’uomo, non dalla natura. È una scelta miope, che sacrifica il futuro per guadagnare consenso nell’immediato e che finisce per penalizzare proprio le politiche strutturali di cui il Paese avrebbe bisogno.


Non si tratta di negare l’aiuto a chi è realmente colpito da eventi eccezionali. Si tratta di distinguere tra chi subisce un danno non evitabile e chi ha deliberatamente scelto di ignorare norme, vincoli e allarmi, spesso contando proprio sull’intervento pubblico finale. Continuare a non fare questa distinzione significa alimentare un circolo vizioso che rende ogni emergenza la premessa della successiva.

Per questo è arrivato il momento di scelte nette, anche impopolari. Le case costruite su demanio o in violazione delle norme che tutelano la sostenibilità ambientale devono essere abbattute. Non per spirito punitivo, ma per ristabilire un principio elementare di giustizia e di responsabilità. La legalità ambientale non può essere negoziabile né condizionata dal peso elettorale di chi l’ha violata.


Accanto a questo, va introdotto l’obbligo universale di assicurazione contro gli eventi catastrofali per tutti i proprietari di immobili. Un obbligo chiaro e generalizzato, che renda strutturale la gestione del rischio e che interrompa la pratica per cui ogni disastro diventa automaticamente una voce di spesa straordinaria a carico della fiscalità generale. Chi possiede una casa deve essere messo nelle condizioni di conoscere il rischio del territorio in cui vive e di contribuire, in modo equo, alla copertura dei danni potenziali.


La tutela del territorio non è un lusso né un capriccio ideologico. È una condizione essenziale per la sicurezza, l’equità sociale e la credibilità delle istituzioni. Difendere il suolo, le coste, i versanti montani significa difendere le comunità che li abitano e le risorse di chi rispetta le regole.


Continuare a confondere solidarietà con indulgenza verso l’illegalità significa condannarci a ripetere gli stessi disastri, pagando ogni volta un prezzo più alto. Con i soldi di tutti. E con un territorio ogni volta più fragile.

 

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