Il “fattore Gaza” e la paralisi del Pd
Tra Trump, Meloni e Hamas, il partito di Schlein rischia di restare senza bussola
Il Partito democratico si trova nuovamente intrappolato in una vicenda che mette a nudo le sue fragilità storiche. Gaza, che nelle intenzioni del campo largo doveva diventare un tema capace di rafforzare l’identità progressista e costruire consenso, si è trasformata nell’ennesimo boomerang. L’arrivo del piano di pace presentato da Donald Trump, sostenuto dai Paesi arabi moderati e avallato da Israele, ha fatto emergere una crisi interna che supera perfino la delusione per la sconfitta elettorale nelle Marche.
Il nodo è chiaro: sostenere il piano significherebbe dare l’impressione di appiattirsi sulla linea di Trump e Meloni, un rischio politico altissimo per un partito che vuole accreditarsi come alternativa di sinistra. Rifiutarlo, però, lo esporrebbe a un isolamento che potrebbe collocarlo in una posizione paradossalmente più radicale della stessa Hamas, soprattutto se l’organizzazione dovesse accettare la proposta americana.
La segreteria ha ribadito che il riconoscimento dello Stato di Palestina e la prospettiva di due popoli e due Stati restano condizioni irrinunciabili. Tuttavia, all’interno del Pd si moltiplicano le voci di chi ritiene necessario tentare un voto unitario in Parlamento, almeno per non restare schiacciati tra le manovre del governo e le divisioni della coalizione. La maggioranza, consapevole di questo impasse, ha scelto di presentare una mozione che ingloba il piano Trump, costringendo così le opposizioni a un passaggio delicatissimo.
Renzi e Calenda si sono già schierati a favore della proposta, considerandola l’unico percorso realistico per fermare il massacro in Medio Oriente. I Verdi e la Sinistra hanno annunciato il loro rifiuto, mentre Conte si mantiene in una posizione incerta. Il Pd resta sospeso, incapace di assumere una decisione che non sia la mera ripetizione di formule generiche sulla pace e sul dialogo.
La vera sorpresa è arrivata però da Giorgia Meloni, che con la sua mozione sul riconoscimento della Palestina ha spiazzato il Nazareno. Dopo anni di sostegno granitico a Israele, la presidente del Consiglio ha scelto di cambiare passo, conquistando spazi di credibilità internazionale e ponendo l’opposizione in una posizione difensiva. Il Pd, che avrebbe dovuto rivendicare la paternità di questo cambio di prospettiva, si ritrova invece a interrogarsi se sia opportuno votare un testo promosso dal governo.
Il paradosso è evidente: sul terreno che dovrebbe costituire la cifra identitaria della sinistra, la pace e la cooperazione internazionale, il centrodestra riesce a muoversi con agilità tattica, lasciando all’opposizione il ruolo di chi rincorre gli eventi.
Mentre i democratici italiani si dividono e riflettono, l’Europa si è già mossa. In Spagna, in Gran Bretagna e in diversi altri Paesi il piano americano è stato accolto come un’opportunità, con tutte le cautele del caso ma senza esitazioni paralizzanti. A Roma, invece, le ore scorrono tra riunioni interne, comunicati tardivi e posizionamenti contraddittori. Il Pd sembra prigioniero delle sue liturgie, incapace di reagire con prontezza in uno scenario geopolitico che richiede rapidità e decisione.
La questione non riguarda solo Gaza. È il sintomo di un problema più ampio: l’assenza di una vera politica estera. Ogni volta che la geopolitica diventa centrale, il Pd si scopre diviso tra l’anima pacifista e movimentista, l’istinto governista e la necessità di distinguersi dal centrodestra. Questa oscillazione continua impedisce di costruire una linea credibile e riconoscibile.
L’effetto boomerang del “fattore Gaza” potrebbe manifestarsi già nelle prossime ore. I gruppi parlamentari cercano una sintesi, ma le divisioni sono profonde. E la manifestazione prevista a Roma, nata per sostenere la causa palestinese, rischia di trasformarsi in un paradosso politico: se Hamas dovesse sorprendentemente accettare il piano americano, i dirigenti dem si ritroverebbero in piazza da una posizione persino più radicale degli estremisti palestinesi.
Il problema è che questa dinamica si ripete ogni volta che la politica internazionale entra nel dibattito italiano. Dalla guerra in Ucraina al conflitto israelo-palestinese, passando per le tensioni con la Russia e la Cina, il Pd non riesce a trovare una bussola. Il risultato è un partito che si rifugia nelle dichiarazioni di principio, mentre sul piano concreto lascia il campo agli avversari.
La politica internazionale non ammette lentezze. Gli equilibri cambiano in ore, non in settimane. Eppure al Nazareno le decisioni arrivano sempre in ritardo, frutto di compromessi interni più che di una visione strategica. La sensazione diffusa è quella di una forza che riflette più di quanto agisca, che parla di pace ma non riesce a declinarla in un linguaggio politico efficace.
Il “fattore Gaza” ha messo in evidenza tutto questo: un partito senza rotta, diviso tra principi e tatticismi, incapace di decidere se seguire l’Europa, distinguersi dal governo o restare fedele a una linea tradizionale che però oggi non basta più. Nel frattempo, il governo guadagna terreno, i partner europei consolidano le loro posizioni e la scena internazionale evolve.
Il rischio è che, ancora una volta, il Pd arrivi troppo tardi.
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