Il gioco d’azzardo, una dipendenza che non fa rumore
Pubblicità ingannevole, responsabilità pubbliche eluse e cure ancora troppo scarse: come la retorica del “gioco responsabile” rischia di alimentare una dipendenza che colpisce milioni di italiani.
Il gioco d’azzardo è diventato un fenomeno pervasivo che si infiltra nella quotidianità con la stessa silenziosa naturalezza con cui un vizio si trasforma in dipendenza. Secondo i dati più recenti, circa il 3% degli adulti italiani sviluppa un disturbo da gioco d’azzardo, una patologia riconosciuta ufficialmente dal DSM-5. Ma il dato più inquietante riguarda i giovani: nel 2023, quasi quattro ragazzi su dieci tra i 14 e i 19 anni hanno ammesso di aver giocato almeno una volta. La dipendenza nasce spesso così, tra le promesse di vincite facili, i suoni rassicuranti delle slot machine e la retorica pubblicitaria che descrive il gioco come un passatempo innocuo.
La testimonianza di Don Armando Zappolini, portavoce della campagna “Mettiamoci in gioco”, mette a fuoco tutta l’ambiguità di un sistema che da un lato incassa miliardi e dall’altro invita alla prudenza con frasi di circostanza: «Lo Stato non aiuta chi ha questo problema – anzi, fa l’opposto… Lo slogan “gioca responsabilmente” lo trovo ipocrita.» L’ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha sottolineato come persino i programmi televisivi più popolari contengano elementi tipici dei gratta e vinci, alimentando la fascinazione per il rischio e la speranza di una fortuna che, quasi sempre, non arriva. Il risultato è un numero crescente di persone che finiscono intrappolate in un ciclo di perdita, senso di colpa e tentativi disperati di recuperare il denaro, fino all’indebitamento e al progressivo isolamento sociale.
Un aspetto particolarmente contraddittorio nella comunicazione istituzionale e commerciale è che la pubblicità del cosiddetto “gioco responsabile” rischia di trasformarsi in un potente strumento di legittimazione e incentivo. Quando uno spot ricorda di “giocare con moderazione” mentre mostra immagini festose di vincitori e slogan accattivanti, il messaggio che passa è che il gioco sia una forma di divertimento accettabile e desiderabile, purché si mantenga entro limiti soggettivi di autodisciplina. Ma per chi è già vulnerabile o per chi non ha ancora consapevolezza dei propri comportamenti, quel messaggio può funzionare come un invito mascherato a provarci, a testare la fortuna, a “sapere gestire” qualcosa che per definizione non è gestibile. In questo paradosso comunicativo, la prevenzione scivola nella promozione e la tutela si confonde con l’incoraggiamento.
A rendere tutto ancora più insidioso è la diffusione del gioco d’azzardo online e la sua promozione aggressiva sui social network. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube ospitano contenuti che mostrano vincite istantanee, scommesse live e tutorial per “imparare a vincere”, spesso accessibili anche ai minorenni. La combinazione di immediatezza digitale e mancanza di controlli rigorosi rende i social un canale di esposizione costante per i ragazzi, che vedono normalizzato il gioco già nella fase più delicata della crescita. Non è raro che adolescenti finiscano per registrarsi a piattaforme illegali con account falsi, iniziando a scommettere soldi reali senza alcuna consapevolezza delle conseguenze. È una minaccia che richiede risposte urgenti in termini di regolamentazione, monitoraggio e intervento educativo.
Uscire dalla spirale del gioco non è semplice e non può essere lasciato alla responsabilità individuale. I dati raccolti negli ultimi anni confermano che la prevenzione più efficace comincia con l’educazione precoce. Far conoscere ai giovani le dinamiche psicologiche che rendono il gioco d’azzardo così pericolosamente attrattivo è un passo indispensabile per arginare il fenomeno. Ma la sola informazione non basta. Servono regole più stringenti sulla pubblicità e sulla promozione occulta che passa attraverso programmi televisivi, sponsorizzazioni sportive e piattaforme online. Alcuni esperti propongono di istituire aree “senza gioco” attorno a scuole, ospedali e centri di aggregazione, per proteggere chi è più vulnerabile.
Un altro fronte determinante è la diagnosi precoce. Questionari di screening somministrati nei consultori e nei servizi territoriali aiutano a individuare i soggetti a rischio prima che il problema diventi ingestibile. Quando la dipendenza si manifesta, l’approccio più efficace resta quello integrato: percorsi di terapia cognitivo-comportamentale e colloqui motivazionali associati a gruppi di auto-aiuto e supporto psicologico. In diverse regioni italiane si stanno sperimentando progetti che coinvolgono le ASL, le scuole e le famiglie, come il programma “Game over… e poi?”, che in Lombardia ha permesso di accompagnare centinaia di persone in percorsi di recupero. Anche l’iniziativa “INDipendenza da gioco”, nata dalla collaborazione tra San Patrignano e la Fondazione ANIA, dimostra come una presa in carico comunitaria possa restituire dignità e futuro a chi rischia di perdersi.
Un capitolo finora poco discusso riguarda il ruolo economico delle imprese del settore. Una proposta concreta potrebbe essere l’introduzione di una tassazione specifica: una percentuale fissa sulle entrate delle aziende del gioco da destinare a un fondo nazionale per la prevenzione e la cura della ludopatia. Le risorse raccolte finanzerebbero campagne di formazione nelle scuole e nei territori, percorsi terapeutici gratuiti per i giocatori patologici e iniziative di ricerca. La gestione di questo fondo dovrebbe essere bilaterale, con un organismo paritetico composto dalle associazioni imprenditoriali del comparto e dalle principali associazioni dei consumatori, per garantire trasparenza, equilibrio e indipendenza dagli interessi di parte. Sarebbe un passo importante per far sì che chi trae profitto dal gioco contribuisca in modo diretto a ridurre i danni sociali che il gioco stesso produce.
Il gioco d’azzardo è una malattia che cresce nell’indifferenza, alimentata da un mercato che prospera grazie a una pubblicità costante e a una disponibilità capillare di occasioni di scommessa. Eppure, come ricorda Don Zappolini, «lo Stato non può continuare a giocare una partita in maglia diversa da chi soffre». Serve un’assunzione di responsabilità collettiva che rimetta al centro la tutela dei più fragili. Serve che chi inquina la sostenibilità sociale contribuisca economicamente per eliminare o almeno ridimensionare i danni che tale avvelenamento produce, attraverso formazione e cure anti-ludopatia gestite efficientemente dalle parti sociali coinvolte, in una logica di sussidiarietà.
Solo così sarà possibile interrompere quella catena silenziosa di perdite, illusioni e solitudine che, ogni giorno, trasforma il gioco in una trappola.
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