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Il Pd, dal Lingotto alla kefiah: il partito che aveva una luce e l’ha spenta da solo


Dal riformismo di Veltroni alla paura di dire che un ebreo può parlare in università


C’è un’immagine che racconta tutto del Partito democratico: Veltroni al Lingotto, ottobre 2007. Davanti a lui, trentatré cartelle dattiloscritte; dietro, una scenografia che voleva evocare lo skyline di Manhattan ma finiva per somigliare a una distesa di campanili italiani. America come desiderio, Italia come destino. L’intervento durò novantasei minuti, e si chiuse con la versione italiana di A Whiter Shade of Pale, cantata dai Dik Dik: Senza luce. Perfetta, involontariamente profetica.


Quel giorno il Pd nacque con la vocazione maggioritaria e un’anima riformista. Voleva essere la casa moderna delle culture democratiche italiane, l’erede del compromesso alto tra socialismo europeo, cattolicesimo popolare e liberalismo progressista. “I care, we can”, dicevano i manifesti. La sinistra che non sognava la rivoluzione ma la responsabilità di governo. Era la traduzione italiana di Obama prima di Obama.


Ma quell’energia — quel riformismo gentile, pragmatico, quasi ottimista — durò poco. Nel giro di pochi anni, la promessa si sbiadì. L’amalgama, come disse D’Alema, “non riuscì”. E il Pd divenne il luogo dove tutto si discute e nulla si decide, dove si convoca una direzione per ogni dubbio e una scissione per ogni divergenza.


Il partito che doveva unire è diventato la somma di solitudini ideologiche: prima la malinconia veltroniana, poi la malinconia bersaniana, infine quella post-veltroniana, post-renziana, post-tutto. L’Italia migliore che si immaginava al Lingotto è stata sostituita da un’Italia sfinita, sospettosa, dove ogni valore si misura in hashtag e ogni posizione si pesa sulla reazione dei social.

Il riformismo — che al Lingotto era il cuore del progetto — si è trasformato in una parola sospetta, quasi infetta. Eppure era la chiave per tenere insieme libertà e uguaglianza, diritti e sviluppo, memoria e futuro. Veltroni parlava di un’Italia che “non ha paura del mondo”, di una sinistra “capace di costruire e non solo di protestare”. Parole che oggi suonano fuori moda, eppure avrebbero ancora un senso potentissimo in un Paese che cerca risposte concrete, non catechismi ideologici.


La storia sentimentale del Pd, da allora, è una sequenza di tentativi falliti di tornare a quel momento originario. Il bibitone arancione, il “Loft”, i video I am Pd, lo “smacchiamo il giaguaro”: il sogno di sembrare nuovi mentre si restava antichi. Poi Renzi, il ragazzo di Rignano che per un istante ha dato al Pd l’illusione di poter essere moderno davvero. Per un breve periodo il partito è tornato a parlare di innovazione, di crescita, di merito. Il Jobs Act, la riforma della PA, la spinta sulla scuola e sull’impresa sociale: erano tentativi di riportare il riformismo nel cuore della sinistra. Ma tutto si è schiantato contro il referendum del 2016.

Da allora il Pd ha scelto la via della penitenza. Si è rifugiato nel moralismo, nella testimonianza, nell’identità intesa come protezione. È arrivata Schlein, figlia dell’onda woke, della “social justice” militante, della sinistra che misura le intenzioni più che i risultati. Un Pd che si commuove per i movimenti studenteschi ma non riesce a dire, senza esitazioni, che un ebreo ha diritto di parlare in università.


Eccolo, il punto: Emanuele Fiano, figlio di un deportato di Auschwitz, invitato a Ca’ Foscari e poi contestato. Un atto di antisemitismo travestito da militanza. In un altro tempo, il Pd avrebbe reagito con fermezza: conferenza stampa, presenza fisica, parole chiare. Oggi no. Una nota fredda, una solidarietà distratta. Mentre alla Camera, nello stesso giorno, si ricevono le associazioni che parlano di “genocidio a Gaza” e chiedono il boicottaggio delle università israeliane.


Romano Prodi ha detto ciò che altri non osano più dire: “Quella gente a Venezia è matta. Il 7 ottobre non è stato solo un atto terroristico, è stato un pogrom”. E Graziano Delrio ha aggiunto: “La sinistra ha parlato troppo poco del 7 ottobre”. È il nocciolo della crisi: la sinistra che voleva capire tutto non capisce più il male quando ce l’ha davanti.


Nel partito che nacque per tenere insieme, oggi domina la paura di dividere. Si teme di irritare i collettivi, di perdere consenso tra i movimenti, di sembrare “di destra” se si difende Israele. Così, per non scontentare nessuno, il Pd finisce per non parlare più a nessuno. E mentre discute di parole neutre e schwa, non si accorge che il suo linguaggio non arriva più a chi lavora, produce, studia, fatica a pagare le bollette.


Emblematica la proposta di Schlein di “fare come Spagna e Portogallo” per scollegare il prezzo dell’energia dal gas. Peccato che quel meccanismo non esista più da due anni. Non è un errore tecnico, è un segno politico: la segreteria preferisce ripetere formule simboliche invece di studiare dossier reali. È il contrario del riformismo, che nasce proprio dalla fatica di capire la complessità.

Il riformismo non è un residuo del passato: è l’unico antidoto al populismo, a destra come a sinistra. È la capacità di tenere insieme sviluppo e giustizia, libertà e solidarietà. Walter Verini lo ha ricordato con parole semplici: “Una sinistra minoritaria e di testimonianza è il miglior alleato della destra autoritaria”. E ha ragione.


Il Pd, per rinascere, non deve tornare al Lingotto come mito, ma al Lingotto come metodo: unire competenza e visione, concretezza e passione civile. Dire le cose come stanno, anche quando costano consenso. Riconoscere che il 7 ottobre è stato un pogrom, che l’antisemitismo non è mai “una sfumatura”, che la libertà accademica vale per tutti.


Se il Pd vuole tornare a essere un partito di governo e non di colpa, deve ritrovare quella luce che spense sul nascere. La stessa che illuminava per un istante il volto di Veltroni, quel giorno a Torino, prima che partisse la canzone sbagliata. Quella luce che si chiamava, semplicemente, riformismo.

 

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