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Il Pd e la rimozione del riformismo

Quando un partito rinnega la propria storia, rischia di perdere anche il futuro


C’è una questione che il Partito Democratico continua a eludere: il rapporto irrisolto con il riformismo che ne ha giustificato la nascita. Non come stagione contingente, non come leadership o corrente, ma come cultura politica. Oggi quella cultura sembra trattata più come un’imbarazzante eredità che come una risorsa. E questo spiega molte delle difficoltà attuali del partito, più di qualsiasi dato elettorale.


Il Pd nacque per tenere insieme giustizia sociale e responsabilità di governo, diritti e sostenibilità delle scelte, idealità e concretezza. Era un progetto ambizioso: parlare a un elettorato largo, non militante, capace di riconoscersi in una sinistra che non prometteva l’impossibile ma provava a cambiare davvero le cose. Quel progetto oggi appare appannato, sostituito da una postura più identitaria, più morale che politica, più incline alla testimonianza che alla costruzione di un’alternativa di governo.


Negli ultimi anni si è affermata una narrazione interna secondo cui il riformismo non sarebbe stato una scelta, ma un errore. Una deviazione da correggere. Intere stagioni di governo vengono rilette non come esperienze discutibili e migliorabili, ma come peccati originari da cancellare. È una damnatio memoriae che colpisce non solo le persone, ma l’idea stessa che il cambiamento passi attraverso riforme graduali, compromessi alti, decisioni difficili.


Il paradosso è evidente: un partito che rinnega la propria storia di governo finisce per delegittimare se stesso come forza di governo. Criticare il Jobs Act, la gestione della sicurezza, le politiche sul lavoro o sulla giustizia è legittimo; trasformare tutto questo in una colpa morale, no. Così facendo, il Pd smette di proporre correzioni e alternative e si limita a prendere le distanze da ciò che è stato, come se governare fosse qualcosa di cui doversi scusare.


Sotto la segreteria di Elly Schlein, il partito ha accentuato una linea che guarda con crescente insistenza al linguaggio e alle battaglie del populismo progressista. La ricerca di un’alleanza stabile con il Movimento 5 Stelle non è di per sé un problema: la politica è anche costruzione di coalizioni. Il rischio nasce quando l’alleanza diventa assimilazione, quando il Pd rinuncia a una propria cifra riformista per inseguire temi e parole d’ordine altrui.


In questo scenario, il confronto con Giuseppe Conte diventa istruttivo. Quando un partito prova a imitare un altro sul suo stesso terreno, difficilmente vince. Tra la copia e l’originale, l’elettorato tende a scegliere l’originale. E così il Pd rischia di perdere due volte: smarrendo la propria identità e risultando meno credibile anche sul piano elettorale.


Il progressivo abbandono del riformismo ha prodotto un altro effetto collaterale: la cessione di parole decisive. Sicurezza, giustizia, ordine, disciplina sono diventate sospette, quasi intrinsecamente di destra. Eppure sono parole che riguardano la vita quotidiana delle persone, a partire da quelle più fragili. Una sinistra che rinuncia a declinarle secondo i propri valori finisce per regalarle agli avversari.

Lo stesso vale per il garantismo. Nato come partito attento ai diritti e allo Stato di diritto, il Pd oscilla oggi tra posizioni contraddittorie, spesso dettate più dall’opportunità politica che da una visione coerente. Il problema non è cambiare idea, ma farlo senza spiegare, senza assumersi la responsabilità di un percorso. È così che cresce la sfiducia, ed è così che la politica appare sempre più come un esercizio tattico privo di spessore.


Il nodo finale è tutto politico. Un partito che non dimostra di essere pronto a governare difficilmente verrà scelto per farlo. Oggi l’opposizione, Pd incluso, fatica a proporre una visione complessiva del Paese: lavoro, politica industriale, transizione ecologica, politica estera, sicurezza internazionale. Senza una sintesi riformista, il rischio è quello di un’opposizione permanente, capace di denunciare ma non di guidare.


Recuperare il riformismo responsabile non significa tornare indietro né difendere acriticamente il passato. Significa riconoscere che senza cultura di governo non esiste alternativa credibile. Un partito che tratta la propria storia come un errore da espiare, prima ancora di perdere le elezioni, rischia di perdere la propria funzione. E un Pd che smarrisce il riformismo smarrisce, insieme, anche la ragione per cui era nato.

 

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