Il progressismo immobile: perché la sinistra italiana non riesce a costruire
Dalla Tav al Ponte sullo Stretto, dalle trivellazioni ai rigassificatori: una sinistra prigioniera della sua cultura del “no”, incapace di coniugare transizione ecologica, sviluppo industriale e coesione territoriale
L’Italia resta, da vent’anni, il Paese europeo con la più bassa spesa effettiva in infrastrutture strategiche rispetto al PIL. È un dato che non dipende solo dai vincoli di bilancio, ma da un elemento culturale e politico più profondo: la difficoltà, tipicamente italiana e in particolare della sinistra, di riconciliare l’idea di sostenibilità con quella di crescita.
Una difficoltà che ha radici lontane — nella cultura del sospetto verso il capitale, nella diffidenza verso l’impresa, nell’ambientalismo moralista — e che oggi produce un effetto paralizzante: l’incapacità di decidere.
Il Ponte sullo Stretto di Messina, la Tav Torino-Lione, la Gronda di Genova, il gasdotto TAP, le piattaforme di trivellazione nel Canale di Sicilia: casi diversi, stesso schema.
Ogni progetto viene discusso per decenni, ostacolato da comitati locali, rimpallato tra ministeri e regioni, rallentato da ricorsi e sospensioni.
La sinistra, in questa dinamica, raramente svolge un ruolo di guida: si limita a mediare tra spinte contrapposte, temendo di scontentare la propria base ambientalista o sindacale. Così la politica industriale diventa amministrazione del compromesso, non visione del futuro.
Eppure la competitività del Paese si misura anche sulla capacità di realizzare infrastrutture in tempi certi. La Germania e la Francia — entrambe guidate in passato da maggioranze progressiste — hanno costruito reti ad alta velocità e infrastrutture energetiche in chiave ecologica, non rinunciando allo sviluppo ma rendendolo compatibile con la sostenibilità. In Italia, invece, ogni grande opera è sospesa tra ideologia e paura.
Una parte della sinistra ha fatto dell’ambientalismo la propria bandiera identitaria, ma spesso lo ha tradotto in una versione statica e difensiva: “non toccare”, “non scavare”, “non costruire”.
È un riflesso che risponde a istanze reali — tutela del territorio, paura della corruzione, lotta agli sprechi — ma che nel tempo ha assunto tratti dogmatici. Il principio di precauzione, pensato per valutare i rischi, è diventato una regola di inazione.
Così, nel nome della transizione ecologica, si rinuncia a investimenti che potrebbero ridurre le emissioni complessive: un rigassificatore moderno sostituisce carbone, una linea ferroviaria ad alta capacità toglie camion dalle strade, una trivellazione in acque controllate può limitare l’importazione di gas da Paesi più inquinanti.
È un paradosso che non sfugge agli economisti: il “no” non ferma l’impatto ambientale, lo sposta altrove.
Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina è il paradigma di questa incertezza.
Non si tratta solo di un’infrastruttura simbolica, ma di una connessione strategica: collegare due regioni periferiche al cuore produttivo del Paese. La sua mancata realizzazione non è il frutto di una valutazione tecnica, ma di una paura politica: essere identificati con l’idea di “cementificazione”, con la “grande opera inutile”.
Il punto non è se il ponte debba essere realizzato “comunque”, ma che la sinistra — se vuole essere forza di governo e non solo di testimonianza — dovrebbe saper guidare il processo, non subire il dibattito. La differenza tra prudenza e immobilismo è la capacità di decidere dopo aver valutato. Non di non decidere mai.
Le contraddizioni emergono ancora più chiaramente sul terreno energetico.
L’Italia importa oltre il 75% del suo fabbisogno energetico. Eppure, da più di vent’anni, ogni tentativo di diversificare le fonti — rigassificatori, termovalorizzatori, trivellazioni controllate — incontra la stessa resistenza politica e culturale.
Le sinistre europee hanno ormai accettato la necessità di un mix energetico che includa gas di transizione, idrogeno, nucleare di nuova generazione. La sinistra italiana resta invece ancorata a un’idea “pura” di ecologia che ignora i tempi e i costi della realtà.
Il risultato è che la dipendenza dall’estero cresce, i costi energetici rimangono più alti, e la competitività industriale si riduce. Tutto in nome di una virtù che si trasforma in vizio: l’illusione che basti dire “no” per essere giusti.
In fondo, la crisi della sinistra italiana sul tema delle infrastrutture è una crisi di identità.
Il riformismo, nella sua accezione storica, nasce dall’idea che lo Stato debba guidare il progresso, non bloccarlo. Che la giustizia sociale passi anche dalla modernizzazione economica e dalla crescita produttiva. Oggi invece prevale un atteggiamento minoritario, difensivo, che confonde la cautela con la virtù e la rinuncia con l’etica.
Il risultato è duplice: un Paese che non costruisce più e una sinistra che non rappresenta più i ceti produttivi, i lavoratori industriali, gli innovatori.
Se la sinistra vuole tornare a essere credibile, deve imparare a parlare la lingua dell’efficienza e della realizzazione. Deve dire “sì” a ciò che serve, a ciò che riduce le disuguaglianze territoriali, a ciò che connette il Sud al resto del Paese e l’Italia all’Europa.
Perché la giustizia sociale passa anche dalle infrastrutture: da un treno che collega, da un ponte che unisce, da un impianto che riduce le emissioni senza ridurre la crescita.
Serve una nuova cultura del progetto pubblico: trasparente, partecipata, ma capace di decidere. Perché dietro ogni opera bloccata non ci sono solo appalti sospesi o fondi perduti. C’è un pezzo di futuro che non arriva mai.
In fondo, non è una questione di destra o sinistra. È una questione di visione: quella che l’Italia, da troppo tempo, ha smarrito in nome del consenso immediato.
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