Italia che frana, boschi che bruciano
Dissesto idrogeologico, incendi estivi e cemento abusivo: il filo rosso che lega frane, deforestazione e illegalità
L’Italia non frana solo sotto la pioggia. Frana prima, d’estate, quando il fuoco cancella boschi, macchie mediterranee, versanti interi. Frana quando il verde viene ridotto in cenere e, qualche mese dopo, le prime piogge autunnali trovano un suolo nudo, fragile, senza più difese. È un copione noto, che si ripete con particolare violenza in Sicilia, Calabria e Sardegna: incendi in estate, frane in inverno. In mezzo, spesso, il cemento.
La relazione tra alberi e stabilità del territorio è tanto semplice quanto ignorata. Le radici consolidano i pendii, trattengono il terreno, ne aumentano la resistenza meccanica. La chioma rallenta la pioggia, riduce l’impatto diretto sul suolo, favorisce l’infiltrazione graduale dell’acqua. Un bosco o una macchia mediterranea in buono stato sono una vera infrastruttura naturale di difesa.
Quando questa infrastruttura viene distrutta, il suolo perde coesione. Dopo un incendio, la terra diventa idrorepellente, incapace di assorbire l’acqua. Le piogge non penetrano, scorrono in superficie, scavano solchi, trascinano fango e detriti. Le frane che arrivano mesi dopo non sono un evento separato: sono la seconda fase dello stesso disastro.
In molte aree del Mezzogiorno e delle isole, gli incendi estivi non sono solo il prodotto della siccità o della negligenza. Sono, troppo spesso, incendi “funzionali”. Funzionali a cancellare vincoli paesaggistici, a rendere edificabili aree che prima erano protette, a preparare il terreno — in senso letterale — alla costruzione di villette, case sparse, strutture in cemento abusive.
La macchia mediterranea, che svolge una funzione ecologica cruciale, viene trattata come un ostacolo allo sviluppo. Bruciarla significa azzerare un ecosistema complesso e aprire spazi a una cementificazione diffusa, spesso illegale, quasi sempre tollerata. Il fuoco diventa così un alleato silenzioso dell’abusivismo edilizio.
Il passaggio è diretto: dove il bosco viene distrutto, arrivano strade improvvisate, sbancamenti, muri di contenimento precari, costruzioni fuori da ogni logica idrogeologica. Il terreno, già indebolito dagli incendi, viene ulteriormente stressato da scavi e carichi artificiali. Il risultato è un territorio che non regge più.
Le frane che colpiscono queste zone non sono “naturali”. Sono l’esito prevedibile di una catena di scelte: incendio, abbandono, abuso edilizio, mancata manutenzione. Ogni colata di fango racconta una storia di illegalità stratificata nel tempo.
In questo quadro si inserisce un altro paradosso tutto italiano. Sicilia, Calabria e Sardegna hanno storicamente un alto numero di addetti forestali. Eppure i boschi arretrano, la macchia mediterranea scompare, il dissesto aumenta. Perché?
Perché per decenni la forestazione è stata usata più come strumento di politica sociale che come politica ambientale. Molti addetti, pochi progetti. Poca prevenzione degli incendi, scarsa riforestazione, gestione frammentaria, interventi emergenziali anziché continui. Il presidio del territorio è rimasto sulla carta, mentre il territorio reale si degradava.
Ogni anno si spendono miliardi per riparare danni, risarcire, ricostruire. Molto meno si investe per evitare che quei danni avvengano. Riforestare, curare i boschi, ricostruire la macchia mediterranea, bloccare davvero l’abusivismo, demolire ciò che è illegale: sono politiche impopolari, lente, ma decisive.
La macchia mediterranea non è “sterpaglia”. È una barriera naturale contro l’erosione, un freno al vento, un regolatore dell’acqua. Distruggerla significa esporre il territorio a una fragilità permanente. Senza alberi e senza vegetazione, il suolo non ha futuro.
L’Italia che frana non è vittima di un destino avverso. È il prodotto di una lunga rimozione collettiva: quella che separa ambiente, urbanistica, lavoro e legalità come se fossero temi distinti. In realtà sono lo stesso tema, visto da angolazioni diverse.
Continuare a tollerare incendi, abusi e cementificazione significa accettare che ogni autunno e ogni inverno portino nuove frane. Proteggere boschi e macchie, invece, significa scegliere la sicurezza, il paesaggio, la vita dei territori. È una scelta politica chiara. E finché non verrà fatta, l’Italia continuerà a bruciare d’estate e a franare d’inverno.
Commenti (0)