La sinistra massimalista irrilevante davanti alla storia: quando i fatti superano le parole
La fine del conflitto tra Israele e Hamas, frutto di forza militare, diplomazia e decisione politica, rivela tutta l’impotenza di una sinistra ridotta a indignazione e cortei, incapace di incidere nei processi globali e di leggere il nuovo ordine del mondo.
C’è un momento, nella vita politica di ogni Paese, in cui la retorica si dissolve e resta solo la realtà. È quello che sta accadendo oggi alla sinistra italiana ed europea, spesso intrisa di massimalismo, travolta da un evento che segna un punto di svolta epocale: la fine – o almeno l’inizio della fine – del conflitto tra Israele e Hamas, siglata da un accordo di pace che porta la firma di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. È una pace fragile, costruita sul sangue di due anni di guerra e su un Medio Oriente profondamente trasformato, ma è pur sempre pace. E soprattutto è stata conquistata non con gli slogan, ma con la forza, la diplomazia e la capacità di decisione politica.
Per la sinistra massimalista, che in questi anni ha fatto dell’indignazione il proprio linguaggio e delle piazze la propria unica agorà, questo è un colpo durissimo. Perché dimostra quanto poco abbiano contato quelle piazze, quanto deboli fossero quelle parole, quanto vuota fosse una politica ridotta a coreografia.
Per mesi – anzi, per anni – la sinistra radicale e buona parte di quella istituzionale hanno agitato la bandiera della causa palestinese. Hanno organizzato manifestazioni, occupato università, scandito slogan antisionisti e antioccidentali, trasformando Gaza in un simbolo identitario. Il “cessate il fuoco” è diventato una formula magica, pronunciata come se bastasse da sola a fermare missili e kamikaze.
Oggi quella scenografia si sbriciola. La liberazione degli ostaggi, lo smantellamento di Hamas, il ritiro parziale israeliano e il nuovo equilibrio regionale sono arrivati non grazie a cortei o appelli, ma attraverso una strategia militare e diplomatica condotta con determinazione. Persino il grande “nemico” Trump – il simbolo stesso di tutto ciò che la sinistra odia – ha ottenuto ciò che nessun leader progressista aveva anche solo tentato: un accordo che, pur imperfetto e controverso, apre alla possibilità di un nuovo ordine in Medio Oriente.
Così, mentre la politica reale scrive la storia, la sinistra massimalista si ritrova con gli striscioni in mano e nessun posto al tavolo.
C’è un altro elemento che la sinistra fatica a comprendere, e riguarda la natura profonda di questa guerra. Il pogrom del 7 ottobre 2023, il più grave attacco contro il popolo ebraico dopo la Shoah, non mirava solo a colpire Israele. Voleva isolarlo dai paesi arabi, sabotare gli Accordi di Abramo, legittimare l’asse del terrore che da Gaza arriva a Teheran. E voleva dimostrare che le democrazie occidentali sono incapaci di difendersi di fronte al fanatismo.
La risposta israeliana – tragica, durissima, costata decine di migliaia di vite – ha ribaltato quella strategia. Hamas è stata sconfitta sul terreno. Hezbollah è stata ricacciata oltre il Litani e il suo leader eliminato. Assad è stato costretto all’esilio. L’Iran ha visto il proprio programma nucleare colpito al cuore e le sue reti terroristiche decapitate. Il Qatar, storico sponsor di Hamas, è stato spinto a scegliere un campo, mentre i paesi arabi, lungi dall’isolarsi da Israele, hanno riconosciuto che i nemici dello Stato ebraico sono nemici della libertà di tutti.
Israele, in altre parole, ha combattuto non solo per sé ma per un principio universale: che il terrorismo non può dettare l’ordine mondiale. Lo ha fatto con un prezzo altissimo, ma anche con risultati che hanno ridefinito gli equilibri regionali e globali. E in questo, come ha riconosciuto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha fatto “il lavoro sporco che l’Occidente non aveva il coraggio di fare”.
Di fronte a tutto questo, la sinistra appare non solo marginale, ma quasi inconsapevole. Ha preferito rifugiarsi nella comfort zone dell’indignazione, riducendo questioni geopolitiche complesse a slogan binari. Ha sostituito la cultura di governo con l’emozione del corteo, la strategia con il moralismo. Così, quando il corso degli eventi ha imposto un cambio di paradigma, è rimasta senza parole e senza strumenti.
L’errore più grande è stato confondere la testimonianza con la politica.
Manifestare per i diritti dei palestinesi è doveroso, ma non è sufficiente. Serve una visione capace di tenere insieme giustizia e sicurezza, libertà e responsabilità, pace e deterrenza. Serve capire che la pace non nasce da un hashtag ma dal difficile equilibrio tra forza e diplomazia.
Ora che il Medio Oriente si risveglia diverso – più stabile forse, ma anche più segnato dal dominio dei rapporti di forza – la sinistra deve decidere cosa vuole essere. Può continuare a vivere di nostalgie movimentiste e di rabbia sterile, oppure può tornare a fare politica vera: elaborare strategie, costruire ponti, incidere nei processi decisionali.
La pace, anche se imperfetta, è un fatto. E i fatti hanno una forza che travolge le ideologie. Per la sinistra è un’occasione per guardarsi allo specchio e chiedersi se vuole essere spettatrice indignata o protagonista responsabile. Perché la storia va avanti comunque. E chi non è capace di leggerla e governarla è destinato a subirla.
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