L’antisemitismo travestito da militanza
Quando la rabbia per la guerra diventa un alibi per colpire gli ebrei, mentre Hamas scompare dalle analisi e dalla condanna pubblica
C’è un antisemitismo che ritorna sotto nuove forme, ma con la stessa radice avvelenata di sempre. La guerra in Medio Oriente ha liberato pulsioni che covavano sotto la superficie e che oggi trovano nella protesta politica un pretesto per colpire gli ebrei in quanto tali. È un odio che si maschera da impegno civile, da difesa dei diritti, da militanza per la pace. Ma, spogliato dei suoi slogan, resta quello che è: una persecuzione identitaria, irrazionale e antica.
Uno dei tratti più gravi di questa deriva è l’incapacità – o la scelta calcolata – di confondere il popolo ebraico con Benjamin Netanyahu. Si critica il premier israeliano, legittimamente, per le scelte militari, per la gestione del conflitto, per la sua politica interna; ma troppe volte chi lo fa dimentica di condannare con la stessa forza Hamas, un’organizzazione terroristica che ha compiuto massacri, sequestri, violenze deliberate contro civili, e che continua a usare i palestinesi come scudi umani. È impressionante notare come, nelle piazze e nei commenti più accesi, le responsabilità di Hamas scompaiano o vengano relativizzate, mentre ogni colpa viene attribuita indistintamente “agli ebrei”. È una rimozione selettiva e pericolosa, che trasforma l’analisi politica in propaganda.
In questo slittamento, gli ebrei vengono trattati come se fossero tutti responsabili delle scelte di un governo, come se un padre che accompagna i figli a scuola, un giovane che entra in biblioteca o un’anziana che fa la spesa avessero qualcosa a che vedere con una strategia militare. Così le sinagoghe devono essere sorvegliate, le scuole ebraiche chiudono per precauzione, le famiglie si muovono impaurite nei propri quartieri. È l’effetto di una generalizzazione violenta che non riguarda la politica, ma l’identità.
Gli slogan che risuonano in molte manifestazioni mostrano con chiarezza quanto questa confusione sia voluta. Quando si grida che “gli ebrei pagheranno” o che “gli ebrei sono complici”, non si sta criticando Netanyahu, ma si sta colpendo una cultura, una religione, una comunità. È un salto indietro nella storia, verso una logica di colpa collettiva che dovrebbe essere considerata inaccettabile in qualsiasi contesto democratico. Il paradosso è che proprio chi dichiara di voler difendere i diritti umani non riconosce il diritto degli ebrei a non essere trattati come bersagli.
Nel frattempo, la realtà dei fatti è drammatica: stelle di David disegnate sulle porte come negli anni più bui del Novecento; sinagoghe attaccate o circondate; studenti ebrei costretti ad essere scortati per entrare nelle università; negozi boicottati solo per l’identità dei proprietari; aggressioni sui mezzi pubblici; minacce sui social; scuole chiuse per rischio attentati. Tutto questo mentre online si diffondono teorie complottiste che ripropongono miti antisemiti secolari, rivestiti di linguaggio contemporaneo. Non è critica legittima alla politica israeliana: è odio verso gli ebrei.
Questa ondata di antisemitismo trova terreno fertile anche nelle ambiguità politiche. Una parte della sinistra tace per imbarazzo ideologico quando dovrebbe difendere apertamente gli ebrei, per paura di essere accusata di “filosionismo”. Una parte della destra, invece, usa l’antisemitismo come arma contro gli avversari ma tollera nei propri ambienti narrative complottiste e gruppi che diffondono storie tossiche sugli ebrei. In mezzo, i cittadini ebrei, che diventano oggetti di ostilità senza alcuna responsabilità.
Eppure il nodo centrale è chiaro: chi sostiene di difendere i palestinesi ma colpisce gli ebrei, chi denuncia Netanyahu ma tace su Hamas, chi invoca diritti umani ma accetta la logica della colpa etnica non sta difendendo nessuno. Sta solo alimentando un odio che non porta alla pace, non aiuta i civili di Gaza, non indebolisce i terroristi e non costruisce soluzioni. Al contrario, rafforza le posizioni più estreme, irrigidisce i fronti e rende più difficile ogni negoziato futuro.
Per questo serve una chiarezza morale che finora è mancata. Le istituzioni devono proteggere senza ambiguità le comunità ebraiche. Le scuole devono tornare a insegnare che la Shoah non è una memoria lontana, ma una bussola per interpretare il presente. I media devono smettere di giustificare gli attacchi antisemiti come “eccessi di contestazione”. E chi protesta deve assumersi la responsabilità di distinguere: denunciare Netanyahu non significa colpire gli ebrei, così come difendere i palestinesi non significa giustificare Hamas.
Si può e si deve criticare Netanyahu. Si può e si deve denunciare ogni violazione dei diritti umani. Ma c’è una linea che non può essere superata: nessun ebreo può essere considerato responsabile delle scelte del governo israeliano.
Al di là di quella linea non c’è solidarietà verso la Palestina, non c’è giustizia, non c’è pace.
C’è solo il ritorno dell’antisemitismo.
E noi abbiamo il dovere morale di impedirlo.
Commenti (0)