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L’Italia che dice sempre No: la paralisi delle grandi opere e il costo del pessimismo ideologico

Dall’Autostrada del Sole al ponte sullo Stretto, mezzo secolo di proteste contro lo sviluppo: quando lo pseudo-ambientalismo e l’immobilismo politico diventano un freno alla crescita del Paese


L’annuncio dell’imminente apertura dei cantieri del ponte sullo Stretto di Messina ha riacceso un dibattito che, in realtà, in Italia non si è mai spento.


Più che un confronto razionale, sembra di assistere a un eterno ritorno dell’uguale: ogni tentativo di modernizzazione viene accolto con un coro di proteste, comitati, ricorsi e slogan allarmistici.


È la “cultura del No”, un riflesso pavloviano che si ripete da oltre sessant’anni, e che rischia di affossare qualunque ipotesi di futuro.


La storia di questa mentalità ostile allo sviluppo affonda le radici nel dopoguerra e accompagna l’Italia dal boom economico fino ai giorni nostri. All’inizio furono le critiche del Partito Comunista Italiano, poi la deriva giustizialista e anti-industriale del Movimento 5 Stelle, fino a una parte della sinistra che oggi si autodefinisce “ambientalista”, ma che nei fatti si oppone a qualunque infrastruttura, impianto o grande opera.


I nomi cambiano — No Tav, No Tap, No Triv, No Ponte, No Nucleare — ma la sostanza resta invariata: un rifiuto ideologico, pregiudiziale, di qualsiasi trasformazione, anche quando sostenuta da evidenze scientifiche, tecniche ed economiche.


Tutto comincia simbolicamente nel 1964 con l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole. Mentre il Paese celebra l’evento come l’ingresso nell’era moderna, “l’Unità”, organo ufficiale del PCI, attacca duramente il progetto: una “visione soltanto automobilistica”, “una spina dorsale rachitica”, “velocità solo per i ricchi”. A distanza di decenni, queste argomentazioni suonano drammaticamente simili a quelle che oggi animano i comitati contro la Tav, il Tap o le trivellazioni in Adriatico.


In Val di Susa il movimento No Tav è riuscito a trasformare un’opera strategica — il corridoio merci Torino-Lione — in una battaglia ideologica. Nonostante la riduzione dei costi, il cofinanziamento europeo e il valore ambientale di spostare merci su ferro anziché su gomma, si è continuato a dipingere l’opera come inutile, dannosa, perfino “violenta”.


La narrazione si ripete: grandi opere = sprechi, inquinamento, privilegi. Ma la realtà è che senza infrastrutture, l’Italia resta tagliata fuori dalle reti europee.


Nel Salento il gasdotto Tap è stato contestato per anni, in nome di un ambientalismo emotivo che rifiutava anche la transizione energetica realistica. Eppure, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, proprio quel gasdotto si è rivelato vitale per la sicurezza nazionale. Stesso discorso per il referendum No Triv del 2016: una battaglia contro piattaforme già esistenti, sicure e produttive, che ha solo reso l’Italia più dipendente da importazioni costose e inquinanti.


Dietro a questo rifiuto sistemico dello sviluppo si nascondono tre elementi ricorrenti:

  • Una burocrazia lenta e farraginosa, che rende tutto più difficile e incerto;
  • Una politica locale tecnicamente inadeguata, incapace di decidere e assumersi responsabilità;
  • Una strumentalizzazione populista del dissenso, dove la protesta diventa fine a sé stessa.


Alla sindrome Nimby (Not In My Backyard) si affianca quella Nimto (Not In My Term of Office): nessuno vuole fare scelte impopolari o rischiose. Così si preferisce lasciare tutto com’è, anche se “com’è” significa arretratezza, isolamento, disoccupazione.


Mentre in Danimarca si scia sopra un termovalorizzatore e in Svezia si costruiscono depositi nucleari, in Italia ogni progetto diventa terreno di scontro. Mentre Francia, Spagna e Germania accelerano sulle infrastrutture energetiche, noi continuiamo a fare 1.700 ricorsi tra Stato e Regioni. Mentre il mondo punta su gas e nucleare per decarbonizzare, da noi si parla ancora di “decarbonizzazione totale” come se bastasse spegnere l’interruttore.


A smontare la retorica pseudo-ambientalista è stato, qualche anno fa, anche il Nobel Carlo Rubbia: «Solo con lo sviluppo tecnologico possiamo competere. Non con divieti ideologici», ha dichiarato in Senato.


È un monito chiaro: la sostenibilità non è immobilismo, ma innovazione, ricerca, infrastrutture.


Ogni grande opera bloccata o ostacolata non è solo una pagina di cronaca: è un’occasione mancata. Significa meno lavoro, meno competitività, meno sovranità energetica. Significa un Paese che rinuncia a investire in sé stesso, condannandosi a vivere di rendita — e di pensioni — mentre le nuove generazioni fuggono per mancanza di opportunità.


La lotta contro la cultura del No è quindi una lotta per il futuro dell’Italia. Una battaglia culturale, prima ancora che economica. Serve un cambio di paradigma, che liberi l’Italia da quell’autocommiserazione diffusa secondo cui “niente funziona, nulla si può fare, tutto fa male”.


L’Autostrada del Sole è stata costruita nonostante le critiche. La stessa cosa deve accadere oggi con il ponte sullo Stretto e con tutte le opere strategiche che possono connettere il Paese al mondo.


Dire Sì non significa essere ciechi davanti agli impatti ambientali o sociali, ma riconoscere che il progresso non è il nemico. Il vero nemico è l’ideologia del rifiuto.


Ed è ora di superarla.


La sinistra ha necessità di essere contaminata nuovamente dalla cultura riformista di governo, per un rinnovato  protagonismo nel cambiamento del Paese.


L’Italia ha bisogno di una nuova cultura del fare, capace di coniugare sostenibilità e sviluppo, ecologia e innovazione. La cultura del No ha avuto il suo tempo. Ora è tempo di ricominciare a dire Sì. Perché il futuro non aspetta.

 

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