Mai più la guerra. La pace come giustizia da costruire: l’appello di Leone XIV e l’eredità di Paolo VI
Leone XIV sulle orme di Paolo VI: la Chiesa non si ritira dal mondo, ma si espone per costruire una pace fondata sulla giustizia sociale
All’indomani degli attacchi statunitensi contro obiettivi nucleari iraniani, Papa Leone XIV ha lanciato un appello accorato alla comunità internazionale.
Durante l’Angelus di domenica 22 giugno, il Pontefice ha messo in guardia contro il rischio di una nuova escalation in Medio Oriente: «Si susseguono notizie preoccupanti dall’Iran e dall’intera regione. In uno scenario che coinvolge anche Israele e Palestina, si rischia di far cadere nell’oblio la sofferenza dei civili, soprattutto a Gaza».
Leone XIV non ha usato mezzi termini: «Oggi più che mai, l’umanità invoca la pace. Un grido che non deve essere soffocato dal fragore delle armi e da parole retoriche che incitano al conflitto». Con tono fermo ma pacato, il Papa ha richiamato alla responsabilità morale i leader globali: «Ogni Stato membro della comunità internazionale ha il dovere di fermare la guerra prima che diventi una voragine irreparabile».
Nel corso del suo intervento, Leone XIV ha ribadito una verità che da sempre accompagna il magistero della Chiesa: «La guerra non risolve i problemi, ma produce ferite profonde nei popoli, che impiegano generazioni per rimarginarsi». Un monito che richiama l’insegnamento di Paolo VI e Giovanni Paolo II, per i quali la pace si costruisce nella giustizia e nella responsabilità condivisa.
Il Pontefice ha invocato una rinnovata volontà diplomatica: «Che la diplomazia faccia tacere le armi, che le nazioni traccino il futuro con le parole, non con conflitti sanguinosi».
Un appello, il suo, che non cerca di neutralizzare le ragioni delle parti in campo, ma di ricordare al mondo che la via della pace passa sempre dalla capacità di ascoltare, di frenare la vendetta e di scegliere il dialogo, anche quando sembra più arduo.
«Mai più la guerra! La guerra mai più!» Con queste parole, pronunciate durante l’Angelus di domenica 11 maggio, Papa Leone XIV ha richiamato il celebre appello di Paolo VI alle Nazioni Unite nel 1965. Un gesto sobrio, privo di retorica, ma carico di significato: il nuovo pontefice ha scelto di inserirsi nel solco di una tradizione profetica, riaffermando la vocazione della Chiesa a costruire la pace, non come utopia ma come responsabilità concreta.
Questa visione non nasce dal pacifismo ideologico, ma dalla convinzione, maturata già con Paolo VI, che la guerra rappresenta «una sconfitta dell’umanità» (“Populorum Progressio”, n. 83). Il papa Montini la definiva «inutile strage» e ribadiva che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n. 76). Non basta disarmare i conflitti: occorre disarmare anche le ingiustizie che li generano.
La citazione non era casuale. Quelle stesse parole furono pronunciate da Paolo VI nel 1965 davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione, il Pontefice identificava nella guerra “una sconfitta dell’umanità”, “un’umiliazione dell’umano”. Oggi, Leone XIV le riprende e rilancia, con la sobrietà che ha segnato ogni suo gesto sin dall’elezione.
Per Paolo VI, la pace non era un’illusione, bensì “il nuovo nome dello sviluppo”. La guerra, affermava, non nasce solo dalle ideologie o dagli egoismi nazionali, ma dalle diseguaglianze sistemiche, dalla fame, dalla mancanza di speranza. “Non basta fermare i carri armati: bisogna dare alle persone un motivo per non salirci sopra”.
La guerra è il fallimento dell’umano. Ma il rifiuto della guerra non è disarmo incondizionato. È realismo evangelico. È consapevolezza che in alcune circostanze la legittima difesa è un diritto, e persino un dovere. In questo si coglie l’insegnamento profondo di Octogesima Adveniens, laddove Paolo VI esorta le comunità cristiane a non cercare soluzioni universali e astratte, ma ad analizzare “la situazione del proprio Paese”, per trarne criteri, giudizi e linee d’azione. (n. 4)
Leone XIV dovrà affrontare una delle sfide centrali del suo pontificato: il superamento del cosiddetto doppio standard ancora presente in alcune letture della dottrina sociale. Un'eredità del preconcilio, che ha portato a irrigidire i princìpi in materia di etica sessuale o bioetica, mentre si è mostrata elastica e tollerante verso diseguaglianze economiche, guerre, sfruttamento.
Questo squilibrio ha prodotto una dottrina a due velocità: da un lato, il rigore su famiglia, aborto, eutanasia; dall’altro, una sorprendente disattenzione verso ingiustizie strutturali, violenze sistemiche, fame e povertà. Ma il Vangelo non tollera gerarchie arbitrarie tra le sofferenze umane.
Come ha scritto la Gaudium et Spes, “la pace non è assenza di guerra, ma opera della giustizia” (n. 78). E la giustizia non può essere selettiva.
Nel mondo di oggi, in cui la guerra è tornata nel cuore dell’Europa e l’angoscia nucleare non è un ricordo del passato, la Chiesa non può rifugiarsi nell’astrazione. Deve restare dentro la storia. Non per giustificarla, ma per redimerla. “Mai più”, allora, non è solo uno slogan, ma una direzione di marcia. È un impegno.
Nessun universalismo astratto. Nessuna ingiunzione morale disincarnata. Ma un richiamo alla responsabilità comunitaria, come insegna anche la Dignitatis Humanae, che valorizza la libertà della coscienza senza per questo rinunciare alla verità. La missione della Chiesa non è quella di dettare ricette valide per tutti e per sempre, ma di aiutare le coscienze a discernere, con realismo e coraggio.
Questo è il senso più profondo della Octogesima Adveniens, oggi più attuale che mai: “Non pretendiamo di offrire una parola unica su ogni questione, né una soluzione definitiva. Spetta alle comunità cristiane, nei loro contesti storici concreti, discernere alla luce del Vangelo” (n. 4).
La pace si costruisce con le mani. È un’opera lenta, umile, esigente. È azione, più che dichiarazione. Leone XIV lo sa. Ed è per questo che ha rilanciato il grido di Paolo VI non come formula del passato, ma come bussola per il futuro. Un “mai più” alla volta, un discorso alla volta, un gesto alla volta.
La guerra non è mai inevitabile. Ma la pace non è mai spontanea. Va voluta, difesa, pensata. E soprattutto: va costruita.
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