Mercosur, la prova di forza dell’Europa
Applicazione provvisoria, veti politici e incoerenze nazionali: l’accordo diventa il test decisivo sulla capacità dell’Ue di decidere
Il Mercosur non è più soltanto un accordo commerciale. È diventato il campo di battaglia su cui si misura la credibilità dell’Unione europea come attore politico, la tenuta dei suoi equilibri istituzionali e la coerenza delle sue classi dirigenti. Dopo il voto del Parlamento europeo che ha rinviato l’intesa alla Corte di giustizia per un parere giuridico, il dossier sembrava destinato a un lungo congelamento. E invece, da Bruxelles, Consiglio e Commissione hanno riaperto il gioco, chiarendo che l’applicazione provvisoria dell’accordo resta non solo possibile, ma politicamente auspicata.
A dirlo senza ambiguità è stato il presidente del Consiglio europeo, António Costa, al termine del vertice dei leader: autorizzando la firma dell’intesa, il Consiglio ha già deciso per l’applicazione provvisoria del trattato e ora invita la Commissione a darvi seguito. Una presa di posizione che sgombra il campo da molte ambiguità e ridimensiona la portata dello stop imposto dall’Eurocamera, che rinvia la ratifica definitiva ma non blocca l’entrata in vigore provvisoria.
La palla passa così a Ursula von der Leyen, chiamata a una scelta che è insieme giuridica e profondamente politica. La presidente della Commissione ha confermato che molti Stati membri spingono per procedere rapidamente, precisando che l’unico passaggio mancante è la ratifica da parte di almeno uno dei Paesi del Mercosur. “Noi saremo pronti quando loro saranno pronti”, ha detto, lasciando intendere che Bruxelles non intende farsi paralizzare dal braccio di ferro con il Parlamento.
Il contesto internazionale rende questa decisione tutt’altro che neutra. In Sud America i partner europei non stanno aspettando. In Argentina, Javier Milei ha già inserito la ratifica dell’accordo nell’agenda parlamentare di febbraio; dal Brasile, Lula ha ribadito l’obiettivo di chiudere l’iter entro l’estate. L’asimmetria è evidente: mentre l’Europa discute, i suoi interlocutori si muovono.
Sul fronte interno, però, le divisioni restano profonde. La Francia continua a guidare il fronte contrario all’intesa, spinta da una mobilitazione agricola che ha riportato i trattori sotto le finestre delle istituzioni europee. Emmanuel Macron, che a Bruxelles invoca una risposta dura ai dazi americani e una maggiore autonomia strategica dell’Ue, si è ritrovato isolato su Mercosur, ostaggio di una pressione interna che ha pesato in modo determinante anche sul voto degli eurodeputati francesi.
Il voto del Parlamento europeo ha infatti messo a nudo un sistema di incoerenze trasversali. La risoluzione che ha rinviato l’accordo alla Corte di giustizia, presentata dalla Sinistra Ue, è passata solo grazie alle defezioni in massa di popolari, socialisti e liberali di alcuni Paesi chiave, Francia e Polonia in testa. Destra radicale e sinistra massimalista si sono trovate dalla stessa parte, confermando una convergenza tattica che indebolisce la linea europea proprio su un dossier strategico.
Le contraddizioni attraversano tutti gli schieramenti. Una parte della sinistra europea, che invoca il multilateralismo e un rapporto privilegiato con il Sud globale, si oppone a un accordo multilaterale con l’America Latina sostenuto proprio da Lula, spesso indicato come punto di riferimento politico. Sul versante opposto, forze sovraniste e nazionaliste difendono il protezionismo agricolo europeo mentre guardano con favore ai dazi e alle politiche commerciali statunitensi. Il risultato è un’Europa che fatica a parlare con una sola voce.
In questo quadro, l’asse tra Berlino e Roma ha assunto un peso crescente. Friedrich Merz ha definito “deplorevole” la scelta del Parlamento europeo, sostenendo che l’accordo è pienamente legittimo e che l’Ue deve dimostrare di saper agire in un mondo che la osserva. Al suo fianco, Giorgia Meloni ha ribadito l’importanza del commercio multilaterale e della cooperazione economica, collocando l’Italia tra i sostenitori più compatti dell’intesa. Un paradosso politico che vede una premier sovranista più allineata all’interesse strategico europeo di quanto non lo siano alcuni leader centristi e liberali.
Dal punto di vista economico, il tempo non è una variabile neutra. Studi europei avvertono che l’incertezza prolungata spinge le imprese a riorientare investimenti e catene del valore, decisioni che spesso diventano irreversibili. L’accordo con il Mercosur garantirebbe accesso preferenziale a mercati e materie prime, rafforzando la posizione europea in un contesto segnato da nuove tensioni commerciali e da un possibile ritorno del protezionismo americano.
Il Mercosur, dunque, è diventato la cartina di tornasole di un’Unione che deve scegliere se restare prigioniera delle proprie paure o esercitare fino in fondo le prerogative che i Trattati le riconoscono. L’applicazione provvisoria dell’accordo non chiuderebbe il dibattito, ma segnerebbe una linea: l’Europa è ancora in grado di decidere, anche quando decide di rischiare.
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