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NIENTE SCONTI AI VINCITORI EUROSCETTICI

“ Il significato politico del voto è indiscutibile: sono state scelte le due forze più antieuropeiste – almeno a parole – dello scenario politico. In modi diversi esse hanno saputo canalizzare le paure sociali e la speranza di cambiamento, in una campagna elettorale pensata a colpi di slogan, senza alcun confronto diretto tra i leader, in cui sono prevalsi l’idea di nazione, la nostalgia del passato, il sogno di un governo perfetto, un’idea miracolistica di politica. ..

Il risultato delle votazioni ha colto in contropiede anche gli intellettuali: la costruzione del consenso non è passata attraverso i media tradizionali, ma nei social e attraverso i video condivisi; il pathos ha prevalso sul logos, la credenza del cambiamento per il cambiamento ha prevalso sulle ragioni del fare il concretamente possibile per rispettare i vincoli europei e il risanamento dei conti pubblici. 
Di Maio e Salvini, nelle loro differenze, sono riusciti a promettere una liberazione dalle schiavitù (politiche) che i cittadini sentono di subire; hanno intercettato le ansie e le rabbie di masse psicologicamente abbandonate e delle parti della società più isolate. Il linguaggio politico di Salvini è stato come un tuono sulle paure, quello di Di Maio è stato simile a un fulmine sulle istituzioni, ma è servito per scaricare a terra le tante tensioni sociali presenti nel Pae­se. Soltanto il tempo dirà se i loro programmi sono stati un sogno da realizzare o utopie da dimenticare. Entrambi i partiti sono forze populiste ed euroscettiche. Il M5S è contrario alle regole della democrazia rappresentativa e a favore di forme di democrazia diretta. Per questo sono riusciti a far prevalere una visione messianica e moralistica della politica, sacrale e al tempo stesso laicista, una forma moralizzata di antipluralismo, che ha contrapposto l’idea di «popolo puro» a tutto ciò che è istituzionale.

Verso quale Europa?

Certo, la vittoria di Salvini su Berlusconi, che ottiene il 14,3% dei consensi, sbilancia la coalizione a destra. Ma la domanda centrale rimane: quale Europa costruire? Quella di Macron e della Merkel? Oppure quella del gruppo Visegrad – Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria –, che da anni si oppone all’accoglienza dei richiedenti asilo nell’Ue? È noto che, soprattutto per Salvini e, in tono minore, per Di Maio, il sistema della moneta unica è destinato a tramontare, l’euro rimane una moneta sbagliata. Non si tratta di tattica, ma di una strategia ribadita nel giorno del voto da Steve Bannon, il quale sta progettando un’Internazionale populista: «Sento lo stesso clima pre-Trump: Italia cruciale per tutti i populismi». Senza esitare, l’ex esperto del presidente Usa ha dichiarato che la coalizione Lega-M5S «trafiggerebbe al cuore Bruxelles».
Nella sua prima conferenza stampa, nella sede nazionale del Carroccio in via Bellerio a Milano, Salvini ha citato Orban e ringraziato Marine Le Pen «per la stima, la vicinanza anche in momenti difficili». La Lega e il Front National condividono infatti le proprie posizioni sovraniste, indipendentiste, antieuropeiste, critiche contro le politiche di accoglienza dei migranti. Ma su quest’ultimo punto il Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin, ha fatto sapere che la Santa Sede continuerà a predicare, come ha sempre fatto, a favore dell’accoglienza: «La Santa Sede sa che deve lavorare nelle condizioni che si presentano. Noi non possiamo avere la società che vorremmo, non possiamo avere le condizioni che vorremmo avere. Quindi credo che, anche in questa situazione, la Santa Sede continuerà la sua opera di educazione, che richiede molto tempo». Ha poi aggiunto: «Non è facile, dobbiamo riconoscerlo. Ma questa è una sfida che spetta alla politica, ossia conciliare le due esigenze, ambedue imprescindibili. È logico, i cittadini devono sentirsi sicuri e protetti, ma allo stesso tempo non possiamo chiudere le porte in faccia a chi sta fuggendo da situazioni di violenza e di minaccia».

È vero, in politica vince chi con-vince, ma il voto non può limitarsi a essere una delega in bianco. In una fase sociale così delicata, esso può essere solo l’inizio di una nuova stagione di impegno. “



Francesco Occhetta (Tratto da un articolo di Civiltà Cattolica)



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