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Oltre la rissa, oltre le distorsioni


Dire Sì per difendere la Costituzione dalle semplificazioni ideologiche

Il richiamo a superare la rissa che accompagna l’inasprirsi della campagna referendaria è non solo condivisibile ma necessario, perché una riforma costituzionale non dovrebbe mai essere ridotta a uno scontro emotivo o a una contrapposizione identitaria. La Costituzione, è sempre stata pensata come casa comune, come spazio di equilibrio e di limite, non come terreno di rivincita politica. Proprio per questo, tuttavia, il rifiuto dei toni aggressivi non può trasformarsi in una narrazione deformata delle norme, né in una lettura allarmistica che attribuisce al testo contenuti che esso non prevede. Il rischio, altrimenti, è che la polemica si sposti dal piano della verifica giuridica a quello della suggestione, producendo più paura che comprensione.


Una cultura che prende sul serio la libertà non può rinunciare alla verifica critica delle affermazioni, soprattutto quando esse riguardano il contenuto di una riforma costituzionale chiamata a orientare il futuro dell’ordinamento.


Una delle tesi più ricorrenti nel fronte del No è che la riforma aprirebbe la strada a un controllo politico sulla magistratura, consentendo al governo di dare ordini ai giudici o di minacciarli con sanzioni, come avverrebbe in uno Stato autoritario. È una tesi forte, ma che non trova riscontro nel testo sottoposto a referendum. Non vi è alcuna norma che attribuisca all’esecutivo poteri di direzione sull’attività giurisdizionale, né alcun meccanismo che consenta al governo di intervenire nelle decisioni disciplinari o nelle carriere dei magistrati. I nuovi organi di autogoverno restano estranei all’influenza diretta dell’esecutivo, che non partecipa né alla loro composizione né al loro funzionamento. La distanza tra la rappresentazione pubblica e il dato normativo appare qui particolarmente evidente.

Anzi, se si legge con attenzione la proposta di riforma, emerge un elemento spesso trascurato nel dibattito, e cioè il rafforzamento esplicito dell’autonomia dell’intera magistratura. L’attuale Costituzione garantisce in modo diretto l’autonomia dei giudici, mentre rinvia alla legge ordinaria per le garanzie del pubblico ministero. Il nuovo testo, invece, afferma che la magistratura, nelle sue due carriere giudicante e requirente, costituisce un ordine autonomo e indipendente. Da questo punto di vista, la riforma non indebolisce le garanzie, ma le rende più chiare e simmetriche, superando un’ambiguità che ha accompagnato a lungo il nostro ordinamento.


Anche l’argomento secondo cui la separazione delle carriere sarebbe già una realtà di fatto si fonda su una confusione concettuale che una riflessione costituzionale rigorosa dovrebbe evitare. Oggi esiste una separazione delle funzioni, non delle carriere, perché giudici e pubblici ministeri continuano a rispondere allo stesso Consiglio superiore della magistratura, che decide su promozioni, trasferimenti, incarichi e nomine. È proprio questa comunanza di governo delle carriere a sollevare interrogativi legittimi sull’equilibrio del processo e sulla percezione di imparzialità, soprattutto dal punto di vista dell’imputato, che può trovarsi di fronte a un accusatore e a un giudice inseriti nello stesso circuito di autogoverno e talvolta nella medesima area associativa. Ridurre questo problema a una forzatura polemica significa eludere una questione che tocca la credibilità stessa della giustizia.


Lo sdoppiamento del Consiglio superiore viene spesso descritto come uno smantellamento dell’organo di garanzia, ma questa lettura appare più ideologica che argomentata. Se si accetta la separazione delle carriere, la distinzione dei Consigli ne rappresenta una conseguenza coerente, mentre ciò che viene effettivamente ridimensionato è soprattutto il ruolo delle correnti, la cui degenerazione ha prodotto una crisi profonda di fiducia nell’autogoverno. Non si può ignorare che questa crisi ha inciso negativamente sulla percezione pubblica dell’indipendenza della magistratura e ha reso necessario un intervento correttivo.

In questo contesto va letto anche il ricorso al sorteggio per la scelta dei componenti togati. La critica secondo cui essi non rappresenterebbero più la magistratura presuppone un equivoco di fondo, perché il Consiglio superiore non è un organo di rappresentanza politica, ma un organo di garanzia e di alta amministrazione, chiamato a gestire carriere e incarichi, non a esprimere orientamenti ideologici o identità collettive.

La rappresentanza politica discende dalla sovranità popolare e si esercita attraverso l’elezione, mentre gli organi di garanzia rispondono a logiche diverse, orientate all’imparzialità e alla distanza dai rapporti di forza. Anche l’idea che la componente laica resti in mano al governo non corrisponde al dato normativo, poiché anch’essa viene estratta a sorte da elenchi predisposti dal Parlamento, in organi nei quali i magistrati continuano a costituire la maggioranza.


Analogamente, l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare viene talvolta presentata come una minaccia all’autonomia, quando invece può essere letta come un tentativo di separare in modo più netto la funzione disciplinare da quella di amministrazione delle carriere, evitando sovrapposizioni che in passato hanno generato opacità e conflitti. È legittimo interrogarsi sui rischi futuri e sulla necessità di vigilare sull’attuazione delle norme, ma la possibilità di un abuso non equivale alla prova di una deriva autoritaria già inscritta nel testo costituzionale.


In conclusione, molte delle critiche più radicali alla riforma nascono da semplificazioni e distorsioni che non aiutano il discernimento dei cittadini. Una posizione cattolico-democratica non difende né governi né corporazioni, ma l’equilibrio dei poteri, la verità delle norme e la qualità del confronto pubblico. Solo su questa base il referendum può essere affrontato come una scelta alta e responsabile, non come un plebiscito emotivo, nella consapevolezza che la Costituzione vive non soltanto delle sue garanzie formali, ma della serietà con cui viene discussa e compresa.

 

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