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Populismi in competizione: come le emozioni radicali cambiano la democrazia

Tra crisi della rappresentanza e identità ferite, il populismo si alimenta di emozioni radicali e trasforma la politica in uno scontro di appartenenze che sfida la democrazia liberale.


In un’epoca segnata da crisi economiche, globalizzazione e disuguaglianze crescenti, il populismo è diventato molto più di una parola usata per screditare l’avversario politico. È un modo di sentire la politica, di viverla come scontro fra identità, emozioni e appartenenze. È anche, come mostrano i casi americani ed europei, un fenomeno in grado di trascinare masse di cittadini ben oltre i confini tradizionali della destra e della sinistra.


Il populismo nasce sempre da un sentimento sociale profondo: un senso di ingiustizia e di esclusione che si sedimenta in una divisione apparentemente semplice e potente – noi contro loro.


“Noi” può essere la gente comune, i “piccoli centri”, i lavoratori dimenticati o gli elettori che percepiscono l’élite come distante e corrotta. “Loro” sono i politici professionisti, i media mainstream, gli esperti, i tecnocrati, chiunque rappresenti l’autorità e il potere consolidato.


Il populismo è prima di tutto comunicazione simbolica.


Donald Trump è un esempio da manuale di come la politica diventi un esercizio di mobilitazione emotiva. Nel 2016, quando Hillary Clinton definì parte del suo elettorato una “cesta di deplorevoli”, Trump trasformò quell’offesa percepita in un collante identitario, una prova del disprezzo dell’élite verso la gente comune. Da lì nacque un legame emotivo che nessun dossier di accuse e nessun fact-checking sono mai riusciti a spezzare. Anzi: più cresceva il numero di scandali, più aumentavano i suoi voti.


Molti analisti hanno parlato di una “Legge di Trump”: il sostegno popolare non dipende dall’assenza di difetti o di colpe, ma dalla capacità di presentarsi come un “vaso imperfetto” che però realizza un progetto più grande. Per una parte consistente del suo elettorato – soprattutto cristiani evangelici e conservatori – Trump è stato ed è lo strumento di una battaglia culturale per difendere un’identità percepita come minacciata.


Questo aspetto spiega perché contrapporre al populismo di destra un populismo speculare di sinistra, altrettanto radicale e identitario, spesso non funziona: in uno scontro di emozioni contrapposte, vince di solito chi riesce a parlare più direttamente alla paura, al senso di tradimento, alla nostalgia per un ordine perduto.


Ma le emozioni non si limitano all’America.


In Europa, populismi di segno opposto hanno trovato un terreno comune nella critica alle élite urbane e globalizzate. Il caso francese è emblematico: a Marsiglia, la somma dei consensi populisti di sinistra e di destra è rimasta stabile per anni, ma si è spostata da un lato all’altro in base alle circostanze e ai leader disponibili. La rivolta contro le zone a basse emissioni (Zfe), giudicate un privilegio dei ricchi a scapito dei “pezzenti” delle periferie, ha visto Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon votare insieme.


Qui emerge un tratto fondamentale: la percezione di una crisi non solo economica, ma culturale, di status e di identità.


Una crisi che si riflette anche sulla questione migratoria.


Il welfare europeo – la più grande conquista sociale del Novecento – è infatti basato su sistemi fiscali nazionali e su un’idea di cittadinanza definita. La difficoltà di conciliare accoglienza e sostenibilità alimenta il “noi” contrapposto ai nuovi arrivati, anche dove non esiste un reale rifiuto della persona immigrata, ma piuttosto la paura di un sistema percepito come fuori controllo.


L’America – Paese di migranti – trasformò l’immigrazione in un racconto di ambizione nazionale. L’Europa, invece, fatica a coniugare accoglienza e senso di appartenenza condiviso.


Nella letteratura politica, il populismo si manifesta su più livelli. È uno stile comunicativo, che semplifica la complessità e punta dritto alla pancia dell’elettore. È una strategia organizzativa, basata su un leader carismatico che bypassa i corpi intermedi e costruisce un rapporto diretto con le masse. È un’ideologia sottile, fondata sull’idea che la società sia divisa tra il popolo puro e l’élite corrotta.


Al di là delle etichette, tutti i populismi condividono alcuni tratti comuni: la volontà di ridurre le mediazioni, la tensione verso la democrazia diretta, l’identificazione di nemici interni o esterni come catalizzatori della rabbia collettiva.


È un fenomeno che nasce e si alimenta nel terreno fertile di una crisi della rappresentanza politica, delle disuguaglianze economiche e di un mutamento valoriale che lascia molti cittadini disorientati.


Non basta dire che il populismo è “pericoloso”. Non basta denunciare i toni aggressivi o le semplificazioni. Perché dietro queste forme c’è un bisogno di riconoscimento, un sentimento di esclusione che la politica tradizionale non è stata capace di intercettare. Antonio Damasio lo ha spiegato con chiarezza: siamo macchine emotive che pensano, non macchine pensanti che si emozionano.


Se un programma politico non contiene una narrazione che muove anche la sfera affettiva, non serve a nessuno.


L’illusione di una politica puramente razionale, fatta di argomentazioni fredde e distaccate, si infrange davanti a una realtà in cui l’identità, la rabbia e il senso di ingiustizia sono più forti di qualsiasi tabella Excel.


Non c’è una ricetta facile.


Ma un elemento è certo: la strategia simmetrica, che risponde al radicalismo di destra con un radicalismo speculare di sinistra, è destinata a perdere. Lo vediamo ogni volta che la polarizzazione sale e il centro scompare. Lo si è visto negli Stati Uniti, dove i democratici hanno spesso scambiato la mobilitazione simbolica per regressione culturale, ignorando la “brava gente” che si sentiva lasciata indietro.


Se vogliamo ridurre l’attrattiva del populismo, occorre un approccio asimmetrico: una strategia che riconosca le emozioni, senza farsene travolgere. Che sappia ricostruire un racconto comune in grado di trasformare il “noi” difensivo e rancoroso in un “noi” inclusivo e propositivo.


E per farlo servono due ingredienti che raramente si vedono insieme: la capacità di parlare alla pancia e alla testa. Emozione e ragione, orgoglio e progetto.


È una sfida difficile. Ma è la sola che può salvare la democrazia dall’erosione silenziosa che i populismi, di destra e di sinistra, stanno infliggendo.

 

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