Razzismo, antisemitismo e pace: le domande non eludibili della coscienza cristiana
Il risveglio dell’antisemitismo, le tensioni in Terra Santa, la crisi del dialogo interreligioso. Ebraismo e cristianesimo si trovano di fronte a un bivio etico e spirituale. È il tempo delle scelte, della verità e della riconciliazione.
Il razzismo non è solo un fatto individuale, né un’eredità del passato: è un sistema culturale, politico e simbolico che continua a generare esclusione e violenza.
Oggi, a questa realtà si intreccia in modo drammatico la crescita dell’antisemitismo, alimentata dai tragici eventi nella Striscia di Gaza e dalla polarizzazione globale. Ma proprio in questo contesto, l’alleanza tra ebraismo e cristianesimo è chiamata a non spezzarsi. Anzi, deve approfondirsi e rigenerarsi nel nome della giustizia e della fraternità.
Secondo la Dottrina sociale della Chiesa, razzismo e antisemitismo sono ferite profonde alla dignità umana e alla comunione dei popoli. Come spiegano i docenti Zanfrini e Gomarasca nel Dizionario della Dottrina sociale, il razzismo non è solo discriminazione: è una ideologia fondata su pregiudizi che giustificano la superiorità di alcuni e l’inferiorità di altri. Una logica che, nei secoli, ha portato a schiavitù, genocidi, apartheid, persecuzioni religiose e culturali.
Tra le sue forme più antiche e perverse vi è proprio l’antisemitismo, che ha segnato con sangue la storia europea e cristiana. La Shoah resta il punto più buio, ma il pregiudizio antiebraico ha radici profonde, anche teologiche, e ha attraversato secoli di incomprensione e ostilità. Il Concilio Vaticano II, con Nostra Aetate, ha segnato una svolta storica, affermando che “la Chiesa [...] depreca tutti gli odi, persecuzioni, manifestazioni di antisemitismo diretti contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque”.
Eppure, oggi, le tensioni in Terra Santa stanno minando decenni di dialogo. Come ha scritto monsignor Bruno Forte nella sua riflessione del 21 luglio 2025, ciò che accade a Gaza – con la risposta militare israeliana all’attentato del 7 ottobre 2023 e l’enorme numero di vittime civili – ha riacceso un odio diffuso verso gli ebrei, spesso senza distinzione tra Stato, popolo, fede.
Anche l’attacco alla parrocchia della Sacra Famiglia, con morti e feriti tra i cristiani, ha aggravato il dolore e la confusione.
Ma proprio per questo, Forte ci invita a non smarrire il discernimento. «Israele e Chiesa – scrive – non possono essere confusi, ma sono inseparabili».
Gesù è ebreo, per sempre. E molti pilastri dell’etica occidentale – dal senso della storia all’idea di un Dio personale – sono frutto della tradizione ebraica. La cultura ebraica ha donato all’umanità figure come Freud, Buber, Rosenzweig, Lévinas, Bauman.
Il dialogo non deve spezzarsi. Papa Leone XIV ha ribadito che la pace deve essere “disarmata e disarmante” e non può prescindere dal riconoscimento del diritto di Israele a esistere in sicurezza, come del diritto dei palestinesi – in particolare delle componenti arabe, islamiche e cristiane – a vivere liberi da occupazioni, violenze e terrorismo. L’identificazione automatica della causa palestinese con Hamas è un errore drammatico, tanto quanto lo è identificare ogni ebreo con il governo Netanyahu.
È qui che entra in gioco la responsabilità dei cristiani, in Terra Santa e nel mondo. Serve costruire un movimento di coscienza che non si schieri con le armi, ma con la giustizia. Che non sia né neutrale né ideologico, ma profetico. Che chieda a Israele di rispettare i diritti delle minoranze, e alle leadership arabe di liberarsi dalla logica dell’odio e della vendetta.
La dichiarazione “Tra Gerusalemme e Roma”, frutto del dialogo ebraico-cristiano, ha tracciato un cammino: riconoscere l’unità delle nostre fedi, superare i sospetti, costruire alleanze. Ma oggi, questo cammino è messo in discussione. L’azione dell’esercito israeliano – anche là dove viene giustificata come autodifesa – provoca distruzione e rancore. La causa palestinese – anche là dove chiede diritti legittimi – è oscurata dalla violenza di Hamas.
È in questo contesto che si levano voci arabe e israeliane che chiedono una via diversa. Il ministro saudita Faisal bin Farhan ha ribadito con chiarezza:«La normalizzazione con Israele è possibile solo con la creazione di uno Stato palestinese».
E il premier palestinese Mohammad Mustafa ha lanciato un appello storico: chiede a Hamas di deporre le armi e propone la riunificazione della Palestina sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, per una pace fondata sulla coabitazione di due popoli in due Stati, liberi, sicuri e riconosciuti.
Anche Emirati Arabi Uniti, Francia e altri Paesi si muovono in questa direzione, mentre Israele continua a rifiutare il coinvolgimento dell’ANP, accostandola pericolosamente ad Hamas. Eppure, è proprio in questa pluralità di voci moderate che si apre uno spiraglio: un’alternativa al disastro, una possibilità di dialogo, una via di giustizia.
Come cristiani, non possiamo che sostenere queste aperture. Le comunità cristiane in Terra Santa – pur nella loro fragilità – continuano a essere lievito di pace, ponte tra le parti, custodi della memoria. Come disse il compianto biblista Frédéric Manns:“La pace sarà possibile solo quando ognuno rinuncerà alla pretesa di essere l’unico ad amare Gerusalemme.”
L’ebraismo non è un elemento estraneo alla fede cristiana. È la sua radice. Gesù è ebreo, ebreo per sempre. E questo interpella la coscienza dei credenti: non possiamo amare Cristo e odiare Israele; non possiamo proclamare la pace e restare indifferenti alla sofferenza del popolo palestinese; non possiamo difendere la verità e ignorare la complessità.
La teshuva – il ritorno, la conversione – non è richiesta solo agli altri. È richiesta anche a noi. A tutti. Cristiani, ebrei, musulmani. È tempo di riconoscere gli errori, sanare le ingiustizie, ricostruire la fiducia.
Solo una pace fondata su verità, giustizia e memoria condivisa può fermare il razzismo, spezzare l’antisemitismo e guarire le ferite della Terra Santa. Non si tratta di una utopia, ma di una promessa. E oggi, più che mai, è nelle nostre mani.
In questo tempo di guerra e risentimento, in cui il razzismo muta forma e si traveste da identitarismo, in cui l’antisemitismo cresce come un’ombra collettiva, i cristiani hanno una missione urgente: custodire la memoria, promuovere la riconciliazione, costruire la pace.
Non è il tempo della neutralità. È il tempo delle scelte. Della conversione. Della speranza fondata su giustizia, dialogo, fraternità. Solo così potremo camminare, insieme, verso lo shalom promesso.
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