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Reagire al trumpismo si può

Dalla lezione di Mark Carney a Davos una possibile terza via per l’Europa e le potenze medie: un’alleanza più ampia per cooperare tra pari, smettere di fingere e costruire forza senza rinunciare ai valori

L’ordine internazionale fondato sulle regole non è semplicemente in affanno: è già stato superato dai fatti. È questo il messaggio centrale dell’intervento pronunciato a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum. Non una transizione graduale, ma una frattura netta. Continuare a comportarsi come se il vecchio sistema funzionasse ancora significa, per dirla con le sue parole, “vivere nella menzogna”.

Questa diagnosi parla direttamente all’Europa e illumina il senso più profondo del trumpismo: non solo lo stile politico di Donald Trump, ma un metodo che tende a imporsi come nuova normalità globale. Un metodo fondato sulla forza, sul bilateralismo squilibrato, sull’uso dei dazi e delle catene del valore come strumenti di coercizione, sulla riduzione delle regole a elementi negoziabili caso per caso. Una logica che prospera in un mondo di rivalità tra grandi potenze e che lascia poco spazio a chi non è abbastanza grande da imporre le proprie condizioni.

Per spiegare perché questo modello rischia di diventare autoalimentato, Carney richiama Václav Havel e la metafora del droghiere che espone uno slogan in cui non crede. Anche molti Stati, per decenni, hanno continuato a celebrare l’“ordine internazionale basato sulle regole” pur sapendo che quelle regole venivano applicate in modo selettivo. Questa finzione ha funzionato finché garantiva stabilità e crescita, soprattutto alle potenze medie. Oggi però quel patto tacito non regge più.

Le crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche hanno messo a nudo le fragilità di una globalizzazione spinta all’estremo. Le interdipendenze, da fonte di prosperità condivisa, si sono trasformate in vulnerabilità strategiche. La risposta istintiva è la chiusura, la costruzione di nuove “fortezze” nazionali. Ma Carney mette in guardia: un mondo di fortezze sarebbe più povero, più instabile e meno sostenibile. E soprattutto condannerebbe le potenze medie a oscillare tra adattamento passivo e subordinazione.

Da qui la proposta di una strada diversa, che è anche una risposta concreta al trumpismo: un “realismo basato sui valori”. Non ingenuità multilaterale, non nostalgia per un passato che non tornerà, ma cooperazione selettiva e pragmatica tra paesi che condividono abbastanza interessi e principi da poter agire insieme. Per il Canada questo significa rafforzare l’economia interna, investire in energia, intelligenza artificiale, minerali critici e difesa, e al tempo stesso costruire una rete di alleanze flessibili, tema per tema.

È una visione che interpella direttamente l’Unione europea. L’UE non è sola in questa condizione. Accanto a partner naturali come Canada, Giappone e Regno Unito, esiste un gruppo più ampio di paesi che potrebbero far parte di un’alleanza post-trumpiana delle potenze medio-grandi. Pensiamo all’Australia e alla Nuova Zelanda, democrazie avanzate e nodi strategici nell’Indo-Pacifico; alla Corea del Sud, centrale nelle catene tecnologiche globali; alla Norvegia e alla Svizzera, attori chiave su energia, finanza e mediazione; fino a paesi come Singapore, ponte tra Asia e Occidente, e ad alcune democrazie emergenti dell’America Latina come Cile o Uruguay, storicamente attente a regole, apertura e stabilità istituzionale.

Non si tratterebbe di creare un nuovo blocco rigido, né un’alleanza ideologica contrapposta ad altri. Sarebbe piuttosto una rete di cooperazioni rafforzate, capace di incidere su dossier concreti: commercio e standard industriali, energia e transizione climatica, sicurezza e difesa industriale, intelligenza artificiale e governo dei dati, finanza e protezione dalle coercizioni economiche. Un modo per ridurre le dipendenze critiche senza scivolare nell’autarchia e per aumentare il peso negoziale di ciascun paese attraverso l’azione collettiva.

Il vero nodo resta però l’Europa. Per guidare – o anche solo co-guidare – una simile alleanza, l’UE deve superare le proprie paralisi interne e accettare di essere un soggetto politico, non solo un grande mercato. Senza una voce comune in politica estera, commerciale e industriale, l’Europa rischia di limitarsi a reagire alle iniziative altrui. Al contrario, un’Europa capace di fare fronte comune con un’ampia costellazione di potenze affini diventerebbe un moltiplicatore di sovranità, rafforzando la propria autonomia e la propria credibilità.

Carney chiude il suo ragionamento tornando a Havel e alla scelta tra vivere nella menzogna o vivere nella verità. Per le potenze medie, vivere nella verità significa smettere di evocare un ordine che non funziona più, chiamare la realtà con il suo nome e costruire istituzioni e alleanze che funzionino davvero. Il vecchio ordine non tornerà, e non vale la pena rimpiangerlo. Ma dalla frattura può nascere qualcosa di più solido e più giusto.

Per l’Unione europea, la sfida è esattamente questa. Reagire al trumpismo non solo è possibile, è necessario. Ma richiede una scelta politica chiara: investire nella propria forza, cooperare con un numero crescente di partner affini e dimostrare che, anche in un mondo di rivalità, esiste un’alternativa credibile alla legge del più forte.

 

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