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Sicilia orientale, la costa tradita

Dalle seconde case abusive agli stabilimenti “eterni”: chi difende davvero il mare?


C’è un disastro ambientale che non fa rumore come un’alluvione né conquista titoli come un grande incendio, ma che ogni anno avanza di qualche metro, silenzioso e irreversibile. È il disastro della costa della Sicilia orientale, consumata dall’abusivismo edilizio, dalla tolleranza amministrativa e da una cultura diffusa che ha confuso il diritto alla vacanza con il diritto di occupare il bene comune. Un disastro lento, sedimentato nel tempo, fatto di piccole deroghe, grandi silenzi e rimozioni collettive.


Le spiagge, è bene ricordarlo, sono demaniali: appartengono a tutti. Non a chi costruisce per primo, non a chi recinta meglio, non a chi ottiene una sanatoria dopo l’abuso. Eppure proprio su quel demanio si è costruito di tutto. Case, villette, muri, stabilimenti, ma anche strade, spesso realizzate come “servizio” alle seconde case sorte abusivamente e poi, in molti casi, sanate. Strade pubbliche nate per rendere comodo ciò che non avrebbe mai dovuto esistere, per normalizzare l’eccezione e trasformare l’abuso in consuetudine.


È così che l’illegittimo diventa ordinario, e l’ordinario finisce per sembrare inevitabile. Prima la casa “piccola”, poi l’ampliamento, quindi l’accesso carrabile, infine l’infrastruttura pubblica. Un processo graduale, raramente interrotto, quasi mai contrastato con decisione. In nome di un’idea distorta di sviluppo, si è sacrificato il principio stesso di bene comune.

Oggi quelle stesse strade raccontano il fallimento di quella logica. Le mareggiate le hanno divelte, spezzate, inghiottite dal mare. Asfalto sbriciolato, reti scoperte, accessi interrotti. Il mare ha semplicemente ripreso spazio, mostrando l’assurdità di infrastrutture costruite sulla sabbia — in senso letterale — e finanziate, spesso, con risorse pubbliche. Così il danno è doppio: ambientale ed economico, pagato da tutti per difendere l’abuso di pochi.


La battigia, che per legge dovrebbe essere inviolabile, è stata invece violata senza pudore. Non solo negli anni dell’abusivismo più sfacciato, ma anche in tempi recenti, con concessioni “temporanee” che di temporaneo non hanno più nulla. Strutture sempre più grandi, pavimentazioni fisse, recinzioni, volumi in cemento: il paesaggio costiero viene privatizzato pezzo dopo pezzo, come se fosse un’estensione naturale del lido o della veranda. Come se il mare fosse un servizio accessorio e non l’elemento fragile da tutelare.


Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Spiagge erose, tratti di costa impraticabili, ecosistemi distrutti, mare inquinato dagli scarichi, territori sempre più fragili di fronte agli eventi climatici estremi. Ogni mareggiata diventa un’emergenza, ogni inverno una conta dei danni, ogni estate una corsa a ripristinare ciò che non avrebbe dovuto essere costruito.


Eppure la domanda che raramente viene posta è la più semplice e insieme la più scomoda: noi cittadini dove siamo stati?

Abbiamo accettato che si costruisse sul demanio perché “tanto era già compromesso”? Abbiamo tollerato strade sulla spiaggia come se fossero inevitabili? Abbiamo confuso l’interesse privato con lo sviluppo locale, rinunciando a difendere ciò che è di tutti? È facile chiamare in causa le amministrazioni — spesso conniventi, talvolta paralizzate — ma sarebbe troppo comodo ignorare una responsabilità collettiva che dura da decenni.


Oggi, mentre si parla di tutela delle coste e di adattamento climatico, continuiamo troppo spesso a difendere l’indifendibile: stabilimenti irremovibili, concessioni prorogate automaticamente, demolizioni mai eseguite o rinviate sine die. Ma il mare non riconosce sanatorie né proroghe. Non conosce atti amministrativi né compromessi politici. Si limita a fare ciò che fa da sempre: avanzare, erodere, riprendersi spazio.

La Sicilia orientale avrebbe potuto essere un laboratorio di bellezza, legalità e rispetto del territorio, un modello di turismo capace di valorizzare il paesaggio invece di consumarlo. Rischia invece di restare l’emblema di un’occasione perduta, di una modernità costruita contro la natura e destinata a soccombere.


La vera domanda, allora, non è solo cosa fare adesso — arretrare, demolire, restituire le spiagge al demanio — ma se siamo pronti, come cittadini, a smettere di chiamare sviluppo ciò che è stato, e continua a essere, uno scempio. Perché senza questa presa di coscienza, ogni intervento resterà parziale. E il mare, ancora una volta, presenterà il conto.



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