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SÌnistra e il Pd: il ritorno del riformismo contro la nostalgia dell’apparato

Il Sì alla riforma della giustizia non è solo una scelta referendaria ma la proposta di un’altra identità democratica alternativa alla cultura politica di Bersani e D’Alema

Per il Partito democratico la nascita di SÌnistra, la rete di esponenti e intellettuali di area progressista che sostengono il Sì al referendum sulla giustizia, non è una semplice sfumatura interna. È l’emersione pubblica di una frattura culturale che attraversa il partito fin dalla sua nascita: riformismo liberale delle garanzie contro tradizione politico-movimentista diffidente verso ogni intervento sull’assetto della magistratura.

Il dato politico è chiaro. Se una parte della sinistra democratica – ex dirigenti, giuristi, amministratori, riformisti – rivendica la separazione delle carriere, la riforma del Csm, l’Alta Corte disciplinare come strumenti di modernizzazione istituzionale, allora cade la narrazione secondo cui il No sarebbe l’unica posizione “di sinistra”. SÌnistra afferma il contrario: la cultura delle garanzie, del processo accusatorio, del riequilibrio dei poteri è parte integrante della tradizione progressista europea. Non è un cedimento alla destra, ma una scelta di sistema.

È qui che il confronto si fa più netto con la linea incarnata negli anni da figure come Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema. La loro cultura politica, radicata nell’eredità Pds e nella stagione post-Pci, ha sempre mantenuto un rapporto ambivalente con la magistratura: rispetto formale dell’autonomia, ma sostanziale ritrosia a intervenire sull’ordinamento, per timore di apparire indulgenti verso il ceto politico o di incrinare un equilibrio percepito come presidio contro derive autoritarie.

SÌnistra rompe questo schema. Dice che l’equilibrio attuale non è intoccabile e che il correntismo, esploso nel caso Palamara, ha mostrato una degenerazione che non può essere liquidata come incidente di percorso. Dice che il Csm non è un parlamento delle toghe ma un organo di alta amministrazione. Dice che separare le carriere non significa subordinare i pm all’esecutivo ma rendere coerente il modello accusatorio introdotto nel 1988 e costituzionalizzato nel 1999.

In questo senso SÌnistra non è solo una corrente referendaria: è una proposta identitaria alternativa alla cultura dell’apparato. Dove la vecchia guardia tende a difendere l’esistente in nome di un equilibrio storico, la nuova area riformista propone di smuovere le acque, anche a costo di rischi calcolati. Dove la tradizione bersaniana e dalemiana privilegia la compattezza del fronte politico contro la destra, SÌnistra privilegia la coerenza sistemica delle istituzioni.

Il punto più profondo è questo: SÌnistra rappresenta un tentativo di recuperare una sinistra di governo europea, meno ideologica e più istituzionale, meno identitaria e più sistemica. Una sinistra che considera la riforma della giustizia non come un atto ostile alla magistratura ma come un capitolo della modernizzazione dello Stato. Una sinistra che non teme di distinguersi dai 5 Stelle sul terreno del garantismo, rompendo quella convergenza tattica che nel campo largo rischia di diventare subalternità culturale.

Nel medio periodo l’impatto potrebbe essere significativo. Se il referendum dovesse registrare un consenso non marginale per il Sì anche tra elettori tradizionalmente dem, il Pd sarebbe costretto a interrogarsi sul proprio baricentro. Non si tratterebbe più di una fronda minoritaria ma di una domanda politica strutturale: il partito vuole restare ancorato alla cultura della difesa dell’esistente o vuole tornare a essere il motore di una stagione riformista?

La sfida, in fondo, non è solo contro il governo Giorgia Meloni. È interna al campo progressista. E riguarda la possibilità di superare definitivamente la stagione in cui le figure storiche – da Bersani a D’Alema – restano i punti di riferimento impliciti ogni volta che si deve decidere la linea. SÌnistra dice che quella stagione può essere archiviata non con una rottura generazionale simbolica, ma con una scelta culturale concreta.

Se riuscirà a consolidarsi, questa area riformista potrebbe rappresentare il primo vero tentativo di ridefinire il Pd non contro qualcuno ma intorno a un’idea diversa di Stato e di democrazia costituzionale. Non nostalgia dell’apparato, ma riformismo delle regole. Non difesa per principio, ma cambiamento responsabile.

E per un partito nato per unire culture diverse, forse è proprio questo il passaggio più delicato: scegliere se custodire la memoria o costruire una nuova sintesi.

 

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