Ucraina, la pace che divide il mondo
Sovranità, affari e potere: perché il conflitto non si chiuderà con una stretta di mano
C’è un equivoco di fondo che continua ad avvelenare il dibattito internazionale sulla guerra in Ucraina: l’idea che la pace possa essere raggiunta semplicemente congelando il conflitto e ratificando sul piano diplomatico ciò che è stato ottenuto con la forza. Ma l’Ucraina non accetta — e non può accettare — di cedere il Donbas e i territori che Vladimir Putin dichiara di aver conquistato. Non è solo una questione di orgoglio nazionale: è una scelta che riguarda il futuro dell’Europa e l’ordine internazionale.
Per Kiev, rinunciare ai territori occupati significherebbe riconoscere che l’aggressione militare è uno strumento legittimo di politica estera. Vorrebbe dire accettare che i confini non sono più garantiti dal diritto, ma dalla capacità di imporli con le armi. È per questo che, anche di fronte alla stanchezza della guerra e alle enormi perdite umane ed economiche, la leadership ucraina continua a ribadire che la pace non può coincidere con la mutilazione del Paese.
Una pace fondata sulla cessione del Donbas non sarebbe una pace duratura, ma una tregua instabile. Aprirebbe la strada a nuovi conflitti, rafforzerebbe l’idea che l’Europa orientale sia una zona grigia, sacrificabile, e renderebbe ogni Stato confinante potenzialmente vulnerabile a future pressioni.
In questo contesto si colloca la possibile rientrata in scena di Donald Trump, portatore di una visione del mondo in cui la politica internazionale somiglia più a una trattativa commerciale che a un sistema di regole condivise. Trump guarda a Putin non solo come a un avversario o a un interlocutore, ma come a un potenziale partner in un gioco di potere tra leader forti. L’Ucraina, in questa logica, rischia di diventare una pedina: da un lato terreno di scambio geopolitico, dall’altro occasione di affari, dalla ricostruzione alle risorse strategiche.
Il pericolo non è astratto. Una pace negoziata sopra la testa degli ucraini, in nome di un accordo tra potenze, riporterebbe il mondo indietro di decenni, a un sistema di sfere di influenza in cui i popoli contano meno degli interessi dei grandi. Sarebbe una pace apparente, costruita sulla fragilità e destinata a essere rimessa in discussione alla prima crisi.
C’è però un terzo attore che difficilmente accetterà questo copione: l’Unione Europea. L’UE ha pagato in questi anni il prezzo delle proprie esitazioni, della mancanza di una vera politica estera e di difesa comune. Ma ha anche compreso che la guerra in Ucraina non è un conflitto lontano: riguarda direttamente la sicurezza europea, l’idea stessa di integrazione e la credibilità dell’Europa come soggetto politico.
Accettare di essere una comparsa nella gestione della pace significherebbe certificare la propria irrilevanza strategica. Per questo Bruxelles non potrà mai avallare un accordo che legittimi l’aggressione russa e riduca l’Ucraina a Stato cuscinetto. La pace, per essere credibile, dovrà vedere l’Europa seduta al tavolo non come finanziatore o ricostruttore ex post, ma come garante politico e di sicurezza.
Il nodo vero, dunque, non è se la guerra finirà — prima o poi finirà — ma come finirà. Una pace rapida, imposta dall’alto e costruita sul sacrificio territoriale dell’Ucraina, potrebbe sembrare conveniente nel breve periodo. Ma sarebbe una pace fragile, ingiusta e pericolosa. Rafforzerebbe l’idea che il diritto internazionale sia negoziabile e che la forza possa riscrivere le mappe.
Una pace giusta, invece, richiede tempo, garanzie e un coinvolgimento pieno dell’Europa. Richiede il riconoscimento della sovranità ucraina, la fine dell’aggressione e un sistema di sicurezza che impedisca il ripetersi dello stesso scenario. Tutto il resto — accordi lampo, strette di mano simboliche, affari travestiti da diplomazia — rischia di essere solo l’anticamera del prossimo conflitto.
Commenti (0)