Una sinistra contro sé stessa
Il flop del voto non è solo la sconfitta di una linea politica, ma riapre il dibattito sull’uso e sul senso stesso del referendum abrogativo. Quando la partecipazione crolla, la politica dovrebbe interrogarsi e ammettere il fallimento
Urne chiuse. Affluenza al 30%. Quorum non raggiunto.
Il responso sui referendum è inequivocabile.
Eppure, dopo poche ore, c’è chi – tra i promotori – si è affrettato a rivendicare comunque una "vittoria politica", contando solo i sì.
Una narrazione che stride non solo con la realtà aritmetica, ma anche con il rispetto dovuto al principio di responsabilità democratica.
In una Repubblica parlamentare che ha fatto del referendum abrogativo uno strumento prezioso, ma anche delicato, il voto popolare ha senso solo se si riesce a mobilitare un’ampia porzione di cittadini.
E non si tratta del solo 50%+1 degli aventi diritto, previsto dalla legge, ma almeno della metà dei votanti delle ultime elezioni politiche: cioè il 64%. Questo è il quorum politico, se non giuridico, che dà legittimità morale al risultato. E se non ci arrivi, hai perso. Punto. E dovresti ammetterlo.
Invece, si prova a tenere in piedi una narrazione che sfida la logica: si è vinto anche perdendo. Una dinamica già vista nel 2016, quando Matteo Renzi usò – sbagliando - i numeri del Sì al referendum costituzionale come base elettorale futura. Ora, come allora, si cerca una legittimazione nella somma dei consensi effimeri, ignorando il silenzio assordante della maggioranza.
Ma il punto più critico non è solo la sconfitta numerica. È la traiettoria politica che ha condotto a questa débâcle. La sinistra italiana – almeno quella che si riconosce nell’asse Conte-Schlein – sembra oggi muoversi più per negazioni che per visioni: contro Meloni, contro Salvini, contro Tajani, ma anche contro sé stessa. La campagna referendaria ne è il simbolo più evidente: un attacco a una riforma partorita dalla sinistra stessa, nata per rispondere a un bisogno di modernizzazione del mercato del lavoro, oggi bollata come il nemico da abbattere.
Inseguendo le parole d’ordine del neo-populismo, il centrosinistra ha finito per svuotare di contenuto la propria identità riformista, scegliendo di combattere le sue stesse stagioni di governo. È accaduto sul lavoro, ma anche sull’immigrazione (rinnegando la linea pragmatica del governo Gentiloni-Minniti), sull’energia (trasformando i termovalorizzatori da strumenti di efficienza a simboli di tradimento ecologico), sulla giustizia (dimenticando il garantismo) e sulla sicurezza (abbandonando i sindaci a gestire il disagio urbano con mezzi insufficienti e retoriche deboli).
Si potrebbe dire che questa è una sinistra massimalista che non solo va contro la propria storia, ma anche contro la realtà. E, così facendo, regala alla destra il monopolio del pragmatismo. Peggio ancora: sacrifica l’idea stessa di governo riformatore in nome di un’utopia minoritaria, in cui si sommano diritti astratti e si dimenticano i doveri concreti.
Il referendum non è stato solo perso. È stato snaturato. Pensato come strumento per correggere leggi inique, è stato ridotto a megafono identitario di una parte della sinistra, trasformando la battaglia civile in una mossa tattica da congresso permanente. E qui sta la responsabilità più grave: aver bruciato un’occasione per rilanciare un dibattito serio sulle politiche del lavoro, sulla cittadinanza e sull’equità. Aver usato il referendum come un’arma politica e non come un’opportunità democratica.
E allora, dopo il 30% di affluenza, la domanda è semplice: è davvero possibile definirla una vittoria? O non sarebbe più sano, più utile e più onesto ammettere che qualcosa – anzi molto – è andato storto?
Una sinistra che per sentirsi coerente ha bisogno di rinnegare la propria storia e ignorare la partecipazione popolare è una sinistra che può anche galvanizzarsi nella sconfitta, ma non è in grado di governare un Paese. Perché la coerenza che nega la realtà non è una virtù. È una fuga dalla responsabilità. E l’astensione di massa, questa volta, lo ha gridato forte.
Commenti (0)