Verso una Comunità Europea di Difesa: il sogno che potrebbe tornare realtà
Dalla guerra in Ucraina al disimpegno degli Stati Uniti, perché un esercito comune può trasformare l’Europa in una potenza militare e industriale
Tra i tanti anniversari che l’Europa celebrò l’anno passato, ce n’è uno che oggi suona come un promemoria quasi imbarazzante: il Trattato che istituiva la Comunità Europea di Difesa (CED), firmato nel 1952 e naufragato due anni più tardi.
Allora fu la paura di perdere la sovranità nazionale, la diffidenza verso un comando sovranazionale, la tentazione di difendere interessi industriali e coloniali a spingere la Francia a dire “no”. Quel “no” condannò l’Europa a restare un nano strategico, incapace di mettere insieme le proprie risorse militari e costretta a vivere sotto l’ombrello americano.
Oggi, settant’anni dopo, quel sogno interrotto sembra a molti l’unica strada percorribile.
L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto crollare ogni illusione che la difesa potesse essere solo una questione di cooperazione soft. La guerra ha riportato in primo piano i carri armati, i sistemi missilistici, le riserve strategiche. E soprattutto ha mostrato che l’Europa da sola non è in grado di difendersi.
Nel frattempo, l’America guarda altrove. La competizione con la Cina obbliga Washington a ripensare priorità e risorse. E l’Europa si scopre vulnerabile come non mai.
Per questo, la domanda che rimbalza sempre più spesso tra Bruxelles, Parigi e Berlino è se non sia il momento di tornare a quell’idea: un esercito europeo vero, con un comando unico, un bilancio comune e una responsabilità politica chiara.
Chi conosce la storia europea sa che il progetto CED era un azzardo visionario. Nel 1950, la Francia propose di replicare il meccanismo della CECA anche per la difesa: creare un’Autorità sovranazionale capace di gestire un esercito di 100.000 uomini, integrando le nuove divisioni tedesche in una struttura comune.
Era un compromesso delicato: impedire alla Germania di riarmarsi autonomamente, ma evitare che tutto fosse controllato dagli Stati Uniti. La CED avrebbe anticipato di decenni la logica federale che oggi resta un orizzonte incerto.
Quando la Francia la affossò in Parlamento, per paura di perdere autonomia, di danneggiare la propria industria bellica e di vincolare le forze coloniali, quel sogno si spense. La Germania entrò nella NATO, e l’Europa accettò di delegare la sua sicurezza oltreoceano.
Oggi, rileggere quelle pagine significa capire quanto fosse lungimirante l’idea. E quanto sia costato non realizzarla.
Gli europei spendono circa 200 miliardi di euro l’anno in difesa, più della Russia e quasi quanto la Cina. Ma i numeri ingannano. Ogni Stato mantiene il proprio esercito, il proprio procurement, le proprie dottrine. Il risultato è che l’Europa ha più modelli di carri armati che divisioni schierabili, flotte che non comunicano tra loro e magazzini incompatibili.
Questa frammentazione non è solo un problema di efficienza. È anche un freno enorme allo sviluppo delle tecnologie militari avanzate, dai droni ai sistemi missilistici, fino alla cyber-sicurezza e alle capacità di difesa spaziale. Senza una base comune, ogni Paese europeo investe poco, spesso duplicando programmi che non portano né alla superiorità tecnologica né a economie di scala.
Uno studio commissionato dal Parlamento europeo stima che una difesa integrata produrrebbe fino a 26 miliardi di risparmi ogni anno, risorse che potrebbero essere reinvestite proprio nello sviluppo di sistemi d’arma all’avanguardia e nella creazione di un’industria comune competitiva.
Ma i benefici economici andrebbero molto oltre. Secondo le analisi macroeconomiche più recenti, un aumento coordinato della spesa difensiva europea — accompagnato da investimenti mirati in ricerca e infrastrutture — potrebbe far crescere il PIL dell’Unione fino allo 0,5% entro il 2028, con migliaia di nuovi posti di lavoro qualificati nell’industria dual-use e nella tecnologia avanzata.
Un esercito europeo unico diventerebbe quindi un volano di sviluppo industriale, un motore di innovazione e un fattore di sovranità economica. Perché un’Europa che non controlla i propri strumenti di difesa dipende inevitabilmente da chi li produce: oggi quasi metà delle forniture militari europee arriva dagli Stati Uniti.
Riprendere lo spirito della CED significherebbe anche affrontare il tema di una base tecnologica e industriale realmente autonoma. Un mercato unico della difesa favorirebbe la concorrenza e la standardizzazione, accorciando i tempi di sviluppo e riducendo i costi per ogni sistema.
Oggi, invece, l’Europa compra in ordine sparso: commesse ridotte, costi unitari più alti, poca interoperabilità. Ogni governo protegge la propria industria nazionale, ma nel lungo periodo questa frammentazione rischia di tagliare fuori il continente dalle catene globali dell’innovazione.
Secondo stime recenti, standardizzare mezzi, munizioni e piattaforme potrebbe ridurre i costi anche del 50% in alcuni segmenti chiave e rilanciare le PMI hi-tech che costituiscono il cuore industriale europeo.
Molti diranno che si tratta di utopia. Che la sovranità nazionale è un tabù intoccabile. Che i governi non rinunceranno mai a decidere da soli come, dove e quando schierare i propri soldati. Ma ogni volta che l’Europa si è trovata davanti a una crisi esistenziale, ha fatto passi che parevano impossibili.
La PESD nacque dopo la tragedia jugoslava. La cooperazione antiterrorismo arrivò dopo l’11 settembre e gli attentati di Madrid e Londra. Oggi, con l’Ucraina in fiamme e l’America sempre più distratta, l’Europa ha un’occasione di riscatto.
Riprendere lo spirito della CED, attualizzarlo e trasformarlo in una vera politica di difesa comune, significherebbe non solo dotarsi di un deterrente credibile, ma anche costruire la base industriale e tecnologica che garantirà la sicurezza e la competitività strategica nel XXI secolo.
Robert Schuman diceva che l’Europa si farà attraverso le crisi. Forse questa è la crisi che costringerà finalmente a fare sul serio, anche nella difesa — e a scoprire che un esercito comune può essere il miglior investimento economico che l’Unione possa permettersi.
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